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Settimana decisiva per accordo in Kenya

Settimana decisiva per un accordo politico in Kenya. Mentre si chiariscono le circostanze della morte delle oltre mille persone rimaste vittime delle violenze etniche che si sono scatenate dal 30 dicembre scorso, dopo la proclamazione della vittoria elettorale alle presidenziali di Mwai Kibaki e dei brogli elettorali…

Secondo l’Unità medica legale indipendente (Imlu), degli oltre 1000 il 43 per cento sono stati uccisi a colpi d’arma da fuoco, gli altri quasi tutti all’arma bianca (machete, coltelli, lance), a colpi di freccia, ma anche arsi vivi. Molti corpi sono stati martoriati: decapitati o con gli arti amputati. La metà delle vittime aveva meno di 40 anni. Quasi tutte le persone uccise a colpi d’arma da fuoco erano di Kisumu ed aree limitrofe. Il Kenya occidentale, culla del ‘luo’ (l’etnia del leader dell’opposizione Raila Odinga, Kibaki è un kikuyo), dove immediate e violente sono esplose le manifestazioni. Particolarmente spietata è stata la reazione della polizia, accusata da più parti di violenze gratuite e di oppressione politica contro i keniani di etnia "luo".
Da una quindicina di giorni la situazione appare relativamente calma. Kibaki e Odinga si sono stretti la mano davanti a Kofi Annan. Resta insoluto il problema dei 600mila profughi sfollati oltre confine, che sono in condizioni disperate.
E l’impressione è che se neanche in questa settimana il negoziato si chiudesse, potrebbero riesplodere le violenze. C’è un’intesa di principio sulla creazione del ruolo del premier (non previsto dalla Costituzione, tutti i poteri sono del presidente), che andrebbe ad Odinga, ma le parti sono ancora distanti su quali poteri dare al premier e su quali equilibri creare nel governo di grande coalizione che anche appare indispensabile alla ripresa del Paese.