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Materie prime: gli aumenti pesano sulla crescita africana

L’aumento del prezzo dei prodotti di prima necessità sta avendo duri contraccolpi sulle popolazioni del continente africano, scatenando proteste che hanno indotto i governi nazionali ad adottare misure di emergenza, con gravi ripercussioni sui loro bilanci. Nel vertice tenuto il 2 aprile scorso ad Addis Abeba, i ministri africani del Tesoro e dell’Economia hanno denunciato la gravità della situazione, sottolineando che "rappresenta una minaccia grave per la crescita, la pace e la sicurezza dell’Africa".

Il prezzo del riso, alimento di base in molti Paesi usato come valore di riferimento sui mercati, è aumentato negli ultimi mesi di oltre il 50% in Costa d’Avorio, del 50% nella Repubblica Centrafricana, del 39% in Camerun, del 45% in Senegal, del 42% in Mauritania, mentre in Sierra Leone il rincaro è arrivato al 300%.
La farina di grano e mais, l’olio di palma e di arachidi, lo zucchero o il latte, tutti prodotti indispensabili per il consumo quotidiano e spesso importati, non sono rimasti immuni da questi rincari. L’aumento del prezzo del petrolio sui mercati internazionali ha poi determinato anche il rincaro dei trasporti pubblici.
All’inizio di aprile, la Guinea ha annunciato di non poter più sovvenzionare i prodotti petroliferi, facendoli così aumentare del 61% e paralizzando immediatamente taxi e autobus. In Guinea-Bissau, i prezzi dei carburanti si sono moltiplicati per otto. "I Paesi africani sono preoccupati per questo aumento dei prezzi per l’effetto congiunto del rincaro del petrolio a livello mondiale e del processo accelerato di urbanizzazione delle città che comporta un’esplosione della richiesta alimentare", ha spiegato l’economista senegalese Moustapha Kassé. Una situazione che ha inevitabilmente scatenato proteste violente in diversi Paesi africani: nel novembre scorso, ci sono stati un morto e 13 feriti nelle manifestazioni svoltesi in Mauritania; alla fine di febbraio, si sono contati 40 morti in Camerun; più di recente, scontri con le forze dell’ordine hanno causato un morto e decine di feriti in Costa D’Avorio, mentre in Burkina Faso e in Senegal dimostrazioni violente si sono concluse con l’arresto rispettivamente di 200 e 24 persone.
"L’escalation dei disordini sociali a cui abbiamo assistito in Camerun, Burkina Faso, Mauritania e Senegal potrebbe vedere coinvolti altri paesi africani", ha ammonito il vicepresidente del Fondo internazionale per lo sviluppo agricolo (Ifad), Kanayo Nwanza, a margine del vertice di Addis Abeba. La situazione di urgenza, aggravata dagli appelli allo sciopero, ha spinto numerosi paesi ad adottare provvedimenti urgenti costosi. Il Camerun, il Senegal, la Costa d’Avorio e il Burkina Faso hanno deciso di sospendere o di abbassare in via temporanea i dazi doganali e l’Iva (imposta sul valore aggiunto) su alcuni prodotti di grande consumo. Altri, come il Sudan, hanno deciso di sovvenzionare alcuni prodotti di base. A fine marzo, l’Egitto ha sospeso per sei mesi le esportazioni di riso. In Mauritania, il governo ha deciso di immettere sul mercato derrate di prima necessità attraverso una società pubblica.
A lungo termine, esperti e autorità ritengono che l’unica via di scampo sia l’autosufficienza. Ad Addis Abeba, i ministri hanno chiesto di "lanciare una riforma agraria affinchè i paesi producano beni alimentari e non beni di esportazione, come avviene oggi" e hanno lanciato un monito contro un aumento della domanda interna di petrolio, invitando "a ricercare fonti di energia alternative".