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Una notte lunghissima. Reportage dal Rwanda

In occasione del 14esimo anniversario del genocidio del Rwanda sul sito del Sole 24 Ore ho pubblicato questo reportage di Umberto Martini da Kigali. Parole e immagini. Per non dimenticare.

Al mattino, in Rwanda, quando due buoni amici si incontrano si danno il buongiorno con un cordiale mwaramutse, che in italiano significa «sei sopravvissuto alla notte?». Passeggiando oggi per le strade della capitale, Kigali, o in viottolo

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di qualche villaggio sperduto nei pressi di Nyabisindu, nella provincia del Sud, si ha l’impressione che molti rwandesi si sentano ancora dei sopravvissuti. Sopravvissuti ad una notte lunghissima, durata quasi cento giorni. Quella tragica notte del 1994 – di cui in questi giorni ricorre il 14esimo anniversario – che si è portata via circa un milione di persone. Uomini, donne e bambini. Un genocidio tra vicini di casa. Le etnie hutu e tutsi come Caino contro Abele….

Murambe. Costruito su una collina poco distante dal villaggio di Gikongoro, l’istituto tecnico di Murambi doveva rappresentare un’ occasione per tutti i ragazzi di questo distretto, povero e lontano da tutto. Nell’aprile del 1994, su ordine del prefetto della zona 50 mila tutsi furono rinchiusi nelle 64 aule dell’istituto. Il giorno 21 arrivò una squadra di assassini e militari, armati di machete e mazze chiodate. In poche ore l’istituto tecnico di Murambi è diventato l’Auschwitz del Rwanda. Oggi, nel silenzio della campagna, un anziano custode apre una dopo l’altra le porte di ferro arrugginite delle aule e con discrezione aspetta fuori. All’interno di ogni stanza ci sono dei grossi tavoli di legno. C’è buio. Le finestre, in lamiera, non fanno passare che qualche spiffero di luce. Sai già cosa stai per vedere, te lo dicono prima per prepararti. Ma quando gli occhi cominciano a mettere a fuoco tutto quel bianco che lentamente emerge dall’oscurità, ogni raccomandazione si rivela inutile. Buona a nulla. Ci sono soltanto scheletri, accatastati. L’odore della calce che imbianca i corpi è penetrante. Nel disordine, si confondono braccia ancora protese nel tentativo di parare il colpo. Crani spaccati. Mandibole spalancate dal terrore. Grovigli di gambe. E una madre che riesce ancora a tenere in braccio quel che resta di suo figlio. Sono immagini che dagli occhi ti si piantano direttamente nello stomaco. Come ingoiare un macigno. Manca l’aria. In quella che una volta era la mensa sono conservati i vestiti delle vittime. File colorate di stracci appesi. Il tragico bucato del genocidio. Uno dei dieci sopravvissuti ricorda l’ultima frase che rimbombava nei corridoi prima della fine: «Tubatsembatsembe», "bisogna ucciderli tutti".

L’alba del giorno dopo. In questi anni molte cose sono cambiate. Anche se le divisioni etniche non sono ancora del tutto superate, adesso hutu e tutsi sono parole vietate, almeno in pubblico. Secondo il giornalista e scrittore senegalese Boubacar Boris Diop: «Nessuno nasce rwandese. S’impara a diventarlo». Gli sforzi del governo e delle amministrazioni locali con l’aiuto delle Ong straniere, tra cui molte italiane, sembrano orientati in questa direzione. L’investimento maggiore è nel campo dell’istruzione, unica speranza per le nuove generazioni. In un paese giovanissimo – il 41,9% della popolazione ha meno di 14 anni (in Italia solo il 13,8%) – dove l’indice di fertilità è di 5,3 figli per donna (in Italia 1,29), investire nelle scuole significa scavare le fondamenta per costruire il Rwanda di domani. Nel complesso scolastico di Kibondo studiano 1024 bambini, dai sette ai sedici anni. I professori sono 16, uno ogni 64 ragazzi. Poco lontano da qui, a Butare, c’è il sogno di molti di loro: l’università nazionale del Rwanda, la più grande e la più famosa del paese. I bambini arrivano molto presto a scuola anche se tra loro c’è chi deve fare un paio di chilometri a piedi. Verso le sette e mezzo i più mattinieri si presentano nel cortile di terra battuta e cominciano a giocare con una palla di stracci. A vedere da fuori sembra che lo scopo del gioco non sia quello di calciare in porta, ma di rincorrersi l’un l’altro. Sporcarsi è il loro ultimo problema. Una volta alla settimana, prima di cominciare le lezioni tutti i bambini si radunano nel cortile e cantano l’inno nazionale di fronte alla nuova bandiera. Quella azzurra, gialla e verde con tre parole scritte in basso: unità, lavoro e patriottismo. Anche questo è un modo per imparare a diventare rwandesi. Dentro alle aule, c’è il necessario. Lavagne con i gessi colorati, banchi e quaderni. Grazie all’impegno della Ong italiana Variopinto che ha costruito le strutture, la situazione di questi bambini è migliore rispetto alla media nazionale, ma i problemi non mancano. I più gravi, secondo Bertille Mukanyimbuzi, direttrice del complesso, sono soprattutto due. In primo luogo i genitori. «Molti ragazzi non fanno i compiti a casa perché il padre e la madre ignorano l’importanza dell’istruzione e preferiscono farli lavorare». Nei periodi di raccolta di tè e caffè, alcuni di loro si assentano dalle lezioni per settimane malgrado i controlli del rispetto dell’obbligo scolastico, introdotto nel 1998, stiano diventando sempre più rigorosi. Il secondo sono gli stipendi. «Il salario di base per un professore è di 27mila franchi rwandesi (circa 33 euro). Un pieno di benzina – continua Bertlille – si fa con 20mila franchi. Per questo motivo le macchine che sfrecciano nelle poche strade asfaltate del Rwanda appartengono quasi tutte a personale governativo o umanitario». I prezzi sono più elevati degli stipendi e questo rende critica la situazione, soprattutto per gli uomini. Nella società rwandese è tradizione che il marito debba garantire alla futura moglie una casa e il mantenimento dei figli. Come farò a sposarmi – si domanda l’unico professore uomo della scuola – se dopo due settimane ho già finito il mio stipendio mensile senza riuscire a mettere da parte niente? Malgrado tutto, l’impegno non manca. Basta seguire una lezione per capirlo. Queste aule spoglie, senza cartine geografiche o cartelloni colorati, sono piene di sorrisi, urla, movimenti concitati. C’è chi sbadiglia nascondendo la faccia sotto la divisa; blu per le femmine, verde per i maschi. Anche quindici anni fa molti bambini erano destinati ad indossare una divisa, ma non per stare a scuola. Forse soprattutto questo autorizza a integrare con un po’ di ottimismo la precedente frase di Diop: nessuno nasce ancora rwandese, ma tra un paio di generazioni potrebbe essere possibile.

Kibaga– L’aiuto e la cooperazione non si fanno solo con i soldi. In posti come Kibaga, dove Action Aid ha aiutato a costruire una scuola primaria, si vive in piccoli villaggi di venti case costruiti ciascuno su una collina diversa. La città più vicina si trova ad un paio d’ore di cammino. Nei dintorni si possono trovare abitazioni costruite con le scatole di latta degli aiuti umanitari, aperte per lungo e inchiodate a delle tavole di legno. In posti come Kibaga dar da mangiare non basta, è giusto un palliativo. Christelle Karekezi, di Action Aid Rwanda, ritiene che la durata media di un progetto sia molto lunga, circa dodici anni. A suo parere è l’unico modo per rendere autonome queste persone che altrimenti non riusciranno mai ad andare oltre la logica dell’assistenzialismo umanitario. «Si parte creando delle cooperative – dice Christelle – e i primi due anni servono solo per conoscersi e focalizzare i problemi». Le riunioni vengono fatte all’aperto più o meno una volta al mese. Le donne si riparano dal sole con grandi ombrelli colorati, ascoltano in silenzio e talvolta annuiscono con la testa: devono imparare a scrivere un progetto per chiedere finanziamenti alle amministrazioni locali. Questo è un momento decisivo. Imparare a muoversi nella giovane e complicata burocrazia del paese è il primo passo che queste madri e questi padri devono compiere verso l’autosufficienza, il vero obiettivo di ogni attività umanitaria degna di essere chiamata tale. Il prossimo passo per il comitato dei genitori di Kibaga sono i bagni della scuola. Al momento ce ne sono 6 per 635 bambini. La fila è lunga e molti bambini non hanno voglia di aspettare, preferiscono nascondersi dietro ad una pianta.Sorridenti e scatenati. Incapaci di resistere alla tentazione di una macchina fotografica. Il futuro del Rwanda è negli occhi dei suoi bambini.