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Kenya, varato Governo di grande coalizione

È stato varato in Kenya un governo di grande coalizione che dovrebbe fermare le tremende violenze seguite al contestato risultato del voto del 27 dicembre, e riavviare in maniera condivisa la difficile ricostruzione.

È formato da quarantuno ministri, un premier (figura che non era prevista dalla Costituzione) che è il leader dell’opposizione Raila Odinga e due vicepremier – uno per il partito del Presidente (Pnu), Uhuro Kenyatta, figlio del ‘padre della Patrià Yomo; l’altro per l’opposizione (Odm), Musalia Mudavadi, braccio destro di Odinga, che è soprannominato ‘agwando’, ‘il misterioso’ in lingua Luo, quella della sua etnia.
Il governo è bilanciato, come previsto dagli accordi faticosamente messi a punto nel corso della lunga mediazione portata avanti dall’ex segretario generale dell’Onu Kofi Annan, conclusa lo scorso 28 febbraio. Ma da allora interminabili incontri tra le parti, sempre inconcludenti, o con intesa raggiunte, perfino annunciate ufficialmente, e poi finite nel nulla. Alla fine i richiami di Annan, e di tutte le cancellerie internazionali hanno di fatto imposto l’accordo.
Accordo raggiunto in extremis, dunque, quando già nel Paese c’erano segnali che il baratro della violenza post-elettorale avrebbe potuto riaprirsi. L’intesa è stata trovata con modalità rimaste segrete: di fatto alla fine ne hanno discusso solo i due leader, il presidente Mwai Kibaki (76 anni) ed Odinga (63). Era l’unica possibilità. Il faccia a faccia di ieri è andato avanti dalle dieci del mattino alle sei e mezza del pomeriggio in una residenza presidenziale a poco più di 100 km., a nord-est di Nairobi, dove i due erano giunti, separatamente, a bordo di elicotteri militari.
Ne è scaturito l’accordo dell’ultimora, senza che gli schieramenti dei duri delle due parti potessero sabotarlo – come spesso avevano fatto in precedenza – all’ultimo momento.
Oggi infine è stato compiuto il varo formale della compagine governativa, che la comunità internazionale spera costiuisca la svolta finale e positiva della tragedia keniana.
La crisi era iniziata alla fine dello scorso anno. Si era votato il 27 dicembre, ma i risultati, in particolare quelli delle presidenziali tardavano ad arrivare. Questione di giorni: giornali e indiscrezioni concordi assegnavano la vittoria ad Odinga quando improvvisamente tutto cambiò, la vittoria fu assegnata a Kibaki, che fu proclamato presidente e un paio d’ore dopo giurò formalmente e si insediò a capo dello stato.
La maggioranza degli osservatori subito parlò di gravi irregolarità e il Paese esplose, in particolare negli slums di Nairobi (feudo elettorale e clientelare di Odinga) e nell’ovest, la ‘culla’ dei Luo, l’etnia del leader dell’opposizione. Che si proclamava il vero vincitore, mentre il suo partito otteneva la maggioranza dei parlamentari.
È stato come un incendio in una prateria: in meno di due mesi circa 1.500 morti, 600.000 sfollati, violenze tremende (decine di persone, donne e bambini compresi, addirittura arse vive in chiesa; centinaia nei loro tuguri) subito divenute etniche: i luo e altre etnie minoritarie alleati contro i kikuyo, l’etnia principale del Kenya, quella di Kibaki. Tutta gente poverissima, facile preda di interessi di lobby politiche ed economiche locali, che manovrano per ampliare i loro spazi di potere.
Si è poi arrivati alla mediazione di Annan, con le pressioni pacificatrici di tutta la comunità internazionale. Infine, la firma dell’intesa e la sua lunga – oltre sei settimane – e difficile concretizzazione.
Ma occorrerà tempo perché il Kenya possa rimarginare le tremende cicatrici accumulate negli ultimi quattro mesi. Anche perché la composizione del governo, il più numeroso della storia del Paese, lascia perplessi molti osservatori: sarà comunque una convivenza difficile.