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Sudafrica, poveri contro immigrati: 22 morti, 6mila in fuga

Un giovane immigrato avvolto dalle fiamme, inseguito dai suoi assalitori: è l’immagine più drammatica, pubblicata da tutti i quotidiani sudafricani, delle sanguinose aggressioni xenofobe che stanno infiammando i sobborghi di Johannesburg, un tempo riservati ai sudafricani neri, lì confinati dal regime dell’apartheid.  È di 22 morti, 50 feriti e 257 arresti il bilancio degli attacchi cominciati venerdì scorso.

Sud_africa
Bersaglio delle violenze gli immigrati di Zimbabwe, Mozambico e altri Paesi africani, accusati di sottrarre posti di lavoro e di portare criminalità. Seimila di loro sono in fuga e hanno cercato riparo nelle chiese, nei posti di polizia o in altre zone del Paese, ha riferito l’Ong Medici senza frontiere.
Due immigrati sono morti dopo esser stati dati alle fiamme, altri sono stati costretti a fuggire dalle loro baracche e dai loro negozi, incendiati da gang armate. Le immagini degli attacchi hanno fatto il giro del mondo, suscitando allarme in vista dei mondiali di calcio del 2010. Il presidente sudafricano Thabo Mbeki e il leader del partito di maggioranza, l’African National Congress, Jacob Zuma, hanno lanciato un appello a fermare le violenze che minacciano di peggiorare una situazione economica già difficile per l’alta inflazione e le frequenti interruzioni della corrente elettrica. Ma la rivolta in quelli che un tempo erano i «ghetti neri» appare un segnale di profonda inquietudine che rompe il clima di tolleranza e unità nazionale che ha contrassegnato l’era post-apartheid. E questo malgrado il portavoce della polizia, Govindsamy Mariemuthoo, abbia liquidato i disordini come «criminalità e non xenofobia». PER SAPERNE DI PIU’ GUARDA I SITI DEI GIORNALI SUDAFRICANI (A DESTRA)

Le prime violenze sono avvenute una settimana fa nella «township» di Alexandra e nel weekend si sono estese ad altre zone di Johannesburg, con attacchi, stupri e saccheggi alimentati dalla miseria in cui versano le popolazioni più povere che scaricano sugli immigrati la rabbia per una disoccupazione al 30%. La polizia ha sparato proiettili di gomma e gas lacrimogeni per disperdere le ronde che pattugliavano le strade più a rischio delle periferie armate di machete, bastoni e pietre. Una chiesa in cui si erano rifugiati un migliaio di immigrati dello Zimbabwe è stata assaltata.

Migliaia di immigrati si sono rifugiati nei commissariati di polizia, nelle chiese e negli uffici governativi. Gli scontri si sono registrati nei sobborghi di Johannesburg – Diepsloot, Jeppe, Cleveland, Tembisa, Primrose, Reijka Park – ma anche nel quartiere centrale di Hillbrow e a nord di Pretoria.
In Sudafrica vivono tre milioni e mezzo di immigrati, di cui tre milioni originari dello Zimbabwe, in fuga dalla miseria e della repressione del regime di Robert Mugabe. Molti di loro, terrorizzati, stanno pensando di rientrare in patria. Già alla fine degli anni ’90 e poi nel 2005 e nel 2006 c’erano state ondate di attacchi xenofobi in Sudafrica, ma poi l’emergenza era rientrata.

"Era una situazione che bolliva in pentola già da tempo e, purtroppo, ci si aspettava che la tensione prima o poi esplodesse. Nei mesi scorsi poche voci, isolate, avevano lanciato appelli e suonato l’allarme, ma erano rimaste inascoltate e oggi ci troviamo ad assistere a questa esplosione di follia e a questa specie di isteria contro gli stranieri che non risparmia neanche i sudafricani": a parlare con l’agenzia Misna è padre Efrem Tresoldi, missionario comboniano contattato a Johannesburg, che sottolinea come l’ondata di violenza ai danni di immigrati iniziata una settimana fa ad Alexandra e ormai dilagata in tutti i principali centri urbani del Sudafrica sia prima di tutto una "guerra tra poveri".
Una guerra che finora, stando a un primo bilancio complessivo, ma ancora provvisorio, fornito dalla polizia ha provocato la morte di 22 persone: 19 di queste, inclusi alcuni bambini, sono state ammazzate nel fine settimana, altre tre nei disordini avvenuti nei giorni scorsi. "Negli ultimi anni la popolazione urbana è andata crescendo. Oltre ai sudafricani provenienti dalle zone rurali, intorno alle città si sono concentrati, in cerca di lavoro, gli immigrati provenienti dai paesi vicini: l’Angola, il Mozambico e negli ultimi mesi lo Zimbabwe, che ha fatto registrare un notevole afflusso di persone. Questa sovrappopolazione ha acuito i problemi già gravi di disoccupazione e mancanza di alloggi che il governo sta cercando di affrontare da tempo. E di conseguenza sono cominciati i primi problemi di convivenza" aggiunge il missionario.
L’intraprendenza degli immigrati appena arrivati, disposti ad accettare lavori sottopagati pur di guadagnare qualcosa o particolarmente attivi nell’improvvisarsi commercianti, e la progressiva integrazione (molto frequenti i matrimoni misti) ha alimentato la rabbia soprattutto di giovani sbandati e disoccupati. "Le violenze di questi giorni hanno per protagonisti gruppi di giovani disoccupati delle baraccopoli cittadine. Le prime ‘squadracce’ erano composte da giovani di alcuni dormitori pubblici che avevano alzato un po’ il gomito e che la sera avevano cominciato a prendersela con gli immigrati, catalizzatori di tutti i loro mali" dice alla Misna Michael Gallagher, responsabile per l’Africa Australe del Jesuit refugee service (Jrs). A questi si sono poi aggiunti vere bande criminali che hanno approfittato del clima di rabbia contro gli immigrati per saccheggiare abitazioni e strutture commerciali.
A conferma che la violenza sia legata più al disagio sociale che a quello razziale, sottolinea il missionario gesuita, il fatto che le violenze non risparmiano neanche cittadini sudafricani, provenienti da altre zone del paese. "Gruppi di giovani zulu hanno attaccato famiglie provenienti dalla regione del Limpopo" spiega, mentre si moltiplicano anche gli attacchi a donne sposate a immigrati, accusate di essere "traditrici" della causa. Fonti religiose contattate a Johannesburg, inoltre, evidenziano che, seppur ancora non corroborate da alcuna prova, circolano anche voci ritenute credibili di strumentalizzazioni politiche delle violenze in corso. "Quel che è certo è che la maggior parte dei sudafricani assiste attonita e incredula alle immagini di violenza in circolazione sui media nazionali" sottolinea padre Gallagher, facendo riferimento alla foto che stamani campeggiava sulle prime pagine di tutti i giornali sudafricani di un uomo dato alle fiamme in una baraccopoli informale del paese.
"Resta da capire un elemento fondamentale – si chiede il responsabile del Jrs in conclusione – quel è stata la causa che scatenato la violenza?". In attesa di conoscere la causa delle violenze, tra le conseguenze più preoccupanti c’è la fuga di migliaia di persone, stime complessive parlano di oltre seimila persone, dalle loro abitazioni per cercare rifugio in chiese e commissariati di polizia. Almeno duemila di queste, fa sapere la radio pubblica sudafricana Sabc, prevalentemente famiglie di immigrati spaventati o che hanno perso le poche cose che avevano negli attacchi, si trovano nel centro di crisi allestito dal commissariato di Ekurhuleni.
Nelle ultime 72 ore hanno provocato non meno di 22 morti, in gran parte stranieri, tra i quali tre bambini, uccisi a colpi di machete o con armi da fuoco, o bruciandoli dopo avergli versato benzina addosso.
«Vi prego, fermate subito queste violenze. Non è questo il modo di agire, sono nostri fratelli e nostre sorelle» ha supplicato con tono sofferto il premio Nobel per la pace Desmond Tutu«, ricordando che le vittime delle aggressioni vengono da paesi in passato rifugio dei combattenti per l’indipendenza.
»Non possiamo ringraziarli uccidendo i loro figli, non possiamo disonorare la nostra lotta con questi atti di violenza«.
Tutto è scoppiato, secondo alcune ricostruzioni non confermate, quando alcuni giovani hanno ucciso un commerciante somalo ad Alexandra, una delle maggiori baraccopoli che circondano Johannesburg: nei giorni successivi la violenza si è poi sparsa a macchia d’olio in altri sobborghi poveri dove giovani sudafricani hanno attaccato immigrati zimbabwani, mozambicani, malawiti, somali. Alcuni giornali riferiscono che gli aggressori gridavano »fuori gli stranieri«, accusati di rubare il lavoro e di alimentare la criminalità.
Se è significativa l’immagine del giovane che brucia tra le fiamme non lo è di meno quella, ripresa dagli operatori televisivi, di poliziotti in divisa che puntano il loro fucile a pompa ad altezza d’uomo, nel tentativo di fermare le violenze.
»Non è xenofobia, stiamo parlando di criminalità«, afferma il portavoce della polizia sudafricana, Govindsamy Mariemuthoo, che parla anche di oltre 200 arresti compiuti. Per sfuggire alle aggressioni e alla morte migliaia di immigrati si sono rifugiati in edifici pubblici e in chiese, ma una di queste, nella quale si erano raccolti 1000 zimbabwani, è stata attaccata anch’essa.
»La polizia non ce la fa, deve intervenire l’esercito« sostiene un abitante mozambicano del sobborgo di Tembisa, Beto Inancio, mentre in telefonate alle stazioni radio locali molte le richieste di coprifuoco e dell’impiego immediato di reparti militari per riportare l’ordine.
Il presidente Thabo Mbeki ed il vicepresidente Jacob Zuma – che gli è da poco succeduto al comando dello storico partito dell’Anc e si prevede possa vincere le elezioni presidenziali del 2009 – hanno chiesto a gran voce la fine delle violenze, mentre Nelson Mandela, l’icona dell’indipendenza sudafricana e della lotta contro l’apartheid, orami ultranovantenne, si è detto rattristato da quello che succede.
50 milioni di abitanti – un’immigrazione che raccoglie da tre a cinque milioni di stranieri – disoccupazione al 23 per cento (ma le cifre reali, si dice, sono molto più alte di quelle ufficiali), aspettativa di vita che non va oltre 51 anni, il Sudafrica è caratterizzato anche dal più alto tasso di stupri e omicidi del mondo.
Molti se la prendono con Mbeki che accusano di aver in qualche modo protetto il presidente dello Zimbabwe, Robert Mugabe, non condannando severamente la sua politica e le sue scelte economiche, causa di un’inflazione calcolata al 165.000 e che ha provocato l’enorme numero di immigrati in Sudafrica, anche grazie a norme e regolamenti loro favorevoli.
Qualche voce alla radio locali ha supplicato il governo di proclamare lo stato di emergenza.