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Somalia, leader Corti islamiche respinge accordo di pace

Il leader delle Corti islamiche somale, Hassan Dahir Awey, ha respinto l’accordo di pace raggiunto ieri a Gibuti tra il governo di transizione somalo e l’opposizione ‘Alleanza per la ri-liberazione della Somalia’, guidata da un esponente di spicco delle Corti, Sharif Ahmed, ritenuto più moderato di Aweys, e dall’ex Presidente del Parlamento, Sharif Hassan Adam.

"Continueremo a combattere fino alla liberazione del nostro paese dai nemici di Allah", ha dichiarato Aweys alla radio privata di Mogadiscio Shabelle. Aweys è il leader del Consiglio supremo delle Corti islamiche, sostenitore della linea più intransigente all’interno dell”Alleanza per la ri-liberazione della Somalia’, che nelle ultime settimane ha preso le distanze dal gruppo di leader islamici riuniti a Gibuti per il negoziato avviato sotto l’egida dell’Onu. "L’accordo non prevede un calendario di ritiro delle forze etiopi – ha aggiunto Aweys – non credo che questi colloqui avranno alcun impatto sulla jihad in Somalia". Le truppe etiopi sono intervenute al fianco del governo somalo nel dicembre 2006 per deporre le Corti islamiche, che controllavano da circa sei mesi gran parte della zona centro-meridionale del Paese.

Proprio la presenza etiope in Somalia è stata il punto più controverso del negoziato, facendo fallire la prima fase dei colloqui di pace, avviata a metà maggio, e paralizzando per giorni la ripresa del dialogo, all’inizio di giugno.
L’opposizione ha sempre posto il ritiro delle truppe di Addis Abeba come prioritario a qualsiasi accordo, incontrando un netto rifiuto del governo, che chiede la presenza di truppe per garantire la sicurezza del Paese. A metà maggio, il Consiglio di sicurezza dell’Onu ha approvato una risoluzione che sollecita la creazione di condizioni favorevoli all’invio di una missione di pace internazionale.
Secondo il testo dell’intesa raggiunta ieri, l’Onu è chiamata ad "autorizzare e dispiegare entro 120 giorni una forza internazionale di stabilizzazione" composta da paesi ‘amici’, "esclusi i paesi al confine", tra cui l’Etiopia. In questi 120 giorni, il governo di transizione "agirà secondo quanto previsto dal governo etiope, che ha deciso di ritirare le sue truppe dalla Somalia dopo il dispiegamento di un numero sufficiente di forze dell’Onu". Al momento a Mogadiscio sono presenti soli 2.200 peacekeeper degli 8.000 previsti lo scorso anno per la missione di pace africana. I soldati sono stati inviati da Uganda e Burundi, mentre gli altri Paesi africani che avevano garantito il loro contributo hanno poi rinviato l’invio dei contingenti per ragioni di sicurezza.
L’accordo prevede inoltre la cessazione delle ostilità entro 30 giorni dalla firma dell’intesa, "per un periodo iniziale di 90 giorni rinnovabile". L’intesa è stata raggiunta alcune ore dopo che le Nazioni Unite avevano annunciato la sospensione dei colloqui a causa dell’intransigenza delle due parti, che rifiutavano un faccia a faccia. Non è chiaro cosa abbia indotto le due parti a sottoscriverla. Ai colloqui di pace non hanno partecipato i miliziani al Shabab (gioventù), il braccio militare delle Corti islamiche. Proprio gli Shabab hanno lanciato nei mesi successivi alla caduta delle Corti islamiche un’azione di guerriglia contro le forze etiopi e somale che ha causato migliaia di vittime civili e costretto altre migliaia di persone a fuggire da Mogadiscio. Oggi 2,6 milioni di somali, pari al 35% della popolazione somala, dipendono dagli aiuti internazionali per la loro sopravvivenza, stando alle stime Fao.