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Sudan, nove operai cinesi rapiti. Black out di informazioni

Ricevo e volentieri pubblico un articolo del collega Massimo Di Nola sul rapimento di sei operai cinesi nel Sudan di Bashir. I cinesi sono i maggiori esportatori di greggio sudanese.
Black out di informazioni sul rapimento, avvenuto sabato in Sudan, di nove dipendenti dipendenti (sei operai e tre ingegneri) della compagnia petrolifera cinese CNPC vicino ad Abiyei nella regione del Kordofan. Allo stato attuale non esistono rivendicazioni dell’operazione, anche se il Governo di Khartoum ha dichiarato che i responsabili sono da individuare nel movimento islamico Justice and Equality Movement (JEM) che combatte il regime del presidente Omar Hassan al-Bashir e che aveva già effettuato analoghe azioni nel recente passato. E’ un ulteriore episodio in cui si incrociano i diversi temi che affliggono il Paese: divergenze tra autorità politiche del Nord e del Sud, difficoltà ad accelerare lo sfruttamento delle grandi risorse petrolifere del Paese, conflitti irrisolti sul territorio.

Abiyei è localizzata nei pressi dei giacimenti di idrocarburi di Heglig (bacino del Muglad). Sono dati  in concessione a un consorzio (Greater Nile) guidato dal gruppo cinese CNPC (40%) di cui fanno parte anche l’indiana ONGC (25%), la malese Petronas (30%), e la compagnia petrolifera sudanese  Sudapet.  Entrambe le zone  si trovano al centro di un’area attualmente contesa tra le due ‘componenti’ che formano lo Stato del Sudan: il Sudan del Nord sotto l’Autorità del Governo di Khartoum  e l’autorità autonoma del Sud Sudan (GoSS) controllata  dal Movimento popolare di liberazione del Sudan (Splm) con capitale Niuba.

E’ una zona tormentata: nel maggio di quest’anno era stata teatro di pesanti scontri tra le milizie del Splm e quelle del Governo di Khartoum. Abiyei, fatta prevalentemente di capanne e case in legno, era stata incendiata e praticamente distrutta con la fuga in massa di quasi tutta la popolazione (50 mila persone). Ne era seguita una trattativa tra Bashir e il capo del Splm, Salva Kiir,  in seguito alla quale, in giugno, è stato deciso  il dispiegamento nella Regione di un battaglione congiunto  composto da 320 soldati dell’Esercito di liberazione popolare del Sudan (Spla), e da 319 uomini delle Forze armate sudanesi (Saf). In agosto è stata  nominata anche una  nuova amministrazione composta da un presidente in quota Splm, Arop Moyak, e da un vicepresidente, Adel Rahman al-Nour, capo locale  del partito di Bashir ( Ncp). Probabilmente si tratta di un accordo motivato dall’interesse di entrambe le parti per  evitare un blocco della produzione dei giacimenti, anche se poi restano forti divergenze sul conteggio e la divisione delle royalties.

Ma la situazione è resa più complessa dagli strascichi di conflitti locali alimentati dalla guerra civile.  In particolare i missionari comboniani rilevano come gli scontri accaduti in maggio fossero nati  anche dalle tensione esistente tra due comunità locali:  i Dinka popolazione autoctona e maggioritaria, legata al Splm e  i Masseriya, prevalentemente nomadi e legati al Governo di Khartoum. Gli accordi tra Splm e Governo di Khartoum prevedevano il riconoscimento degli insediamenti effettuati dai Masseriya nella Regione, durante la guerra civile terminata nel

2005. In

cambio avrebbero dovuto consegnare al Splm le armi di cui erano in possesso.

L’operazione, probabilmente, non è mai avvenuta. Non solo, ma nel maggio di quest’anno  un gruppo armato della stessa tribù aveva  rapito cinque tecnici indiani chiedendo, in cambio del loro rilascio, di poter beneficiare di una quota degli introiti petroliferi. I tecnici sono stati liberati in giugno ma non si sanno i termini della trattativa. Pochi giorni dopo squadre di miliziani della stessa popolazione, sempre secondo quanto riportato dai missionari comboniani,  partecipavano al saccheggio di Abuyia. E’ evidente che i Masseriya stanno alzando la posta per avere la loro parte di potere e ricchezze in un Paese politicamente instabile.

Nel 2007 si erano verificate due  azioni analoghe (rapimento di tecnici cinesi) rivendicate invece dal Justice and Equality Movement, contrario agli accordi di pace. Il movimento opera nel Darfur ma anche in ulteriori aree del Paese (in particolare a Est) in appoggio ad altri movimenti armati. Quest’estate un drappello di fuoristrada di miliziani armati del Jem era riuscito anche a fare una breve apparizione a Khartoum. I leader e portavoce del Jem, in diverse interviste anche recenti, hanno sempre indicato i tecnici cinesi e di altri Paesi che operano nel settore petrolifero in Sudan, come un obiettivo da colpire nella lotta contro il regime di Bashir.  

Per quanto riguarda il petrolio, è da rilevare che i giacimenti di Niglei sono stati i primi a essere sfruttati in Sudan, fino dalla metà degli anni ’90. Sono collegati a Port Sudan, nel nord del Paese, da un oleodotto di

1.600 chilometri

costruito dalla italo argentina Techint. Attualmente la produzione è di 250mila barili al giorno. In anni recenti era declinata, ma con l’introduzione di tecniche di estrazione orizzontale i cinesi di Cnpc e gli altri partner del consorzio vorrebbe invece portarla a 350mila barili. Il petrolio estratto (Nil Blend)  è particolarmente pregiato: a basso tenore di zolfo può essere lavorato anche da raffinerie  prive di unità  di hydrocracking. E CNPC ha  diversi impianti di questo tipo tuttora in funzione.

La Cina

è attualmente il principale cliente del Sudan da cui importa almeno 200 mila barili di greggio al giorno. Ma soprattutto, le compagnie cinesi sono impegnate ad aumentare  l’estrazione del Paese mettendo in produzione  nuove risorse. Cnpc in particolare guida anche un altro consorzio, Petrodat che opera in un’area relativamente vicina di Niglei,  con una produzione valutata in 200mila barili al giorno. Detiene il 41% delle quote. Gli altri partner sono Petronas (40%), Sudapet (8%)  e Tri Ocean Energy che fa capo a diversi gruppi finanziari egiziani e kuwaitiani.

CNPC ha avviato poi, in partnership (95%) con Sudapet, la produzione di un altro giacimento (Fula) vicino a Khartoum che alimenta la locale raffineria con una capacità massima valutata in 80mila  barili al giorno. Guida anche il consorzio Red Sea Petroleum che sta effettuando esplorazioni nell’offshore e lungo la costa del Mar Rosso, a Est del Paese.

Gli altri partner sono Petronas e Sudpet. Infine tecnici cinesi sono attivi nel nord del Darfur dove  BGP (Gruppo Sinopec) ha avviato una serie di rilievi sismici, sotto la protezione dell’esercito di Khartoum. In pratica le compagnie cinese operano in tutte le Regioni del Paese dove attualmente si produce e ricerca il petrolio tranne che in quelle controllate dal GOoSS.

La presenza di imprese cinesi è peraltro diffusa in numerosi altri comparti dell’economia sudanese incluse la fornitura di armi, le telecomunicazioni, la ricerca di uranio l’industria delle costruzioni e l’ingegneria civile. In questo settore, in particolare, China International Water&Electric sta completando la realizzazione della diga di Merowe, sulla quarta cataratta del Nilo a circa

350 chilometri

da Khartoum. Alta

67 metri

con un fronte di oltre

9 km

sarà equipaggiata con 10 turbine da 125 MW ciascuna, fornite dal gruppo francese Alsthom. E’ destinata ad avere un impatto molto rilevante sull’agricoltura che da molti è considerata come la ricchezza potenzialmente più importante del Sudan.

I fortissimi interessi economici che legano

la Cina

a Khartoum stanno spingendo il Governo di Pechino  a fare pressioni sul regime di Al-Bashir per stabilizzare la situazione politica e sociale del suo Paese. Le Autorità cinesi sono preoccupate non sono solo per i continui rapimenti di operai e tecnici ma anche per le crescenti critiche internazionali a cui è sottoposto il Governo di Khartoum e per il mancato consolidamento del processo di pace con il Sud. Nei prossimi giorni è atteso in Sudan l’inviato speciale cinese per il Darfur, Liu Guijin, che ha avuto recentemente una serie di incontri a Washington e Parigi.

La Cina

che in occasione del voto all’ONU sull’incriminazione di Al-Bashir per genocidio da parte del Tribunale Internazionale dell’Aia si era astenuta  intende ora promuovere presso il Consiglio di Sicurezza una sospensione dell’azione. Ma il presidente cinese Hu Jintao avrebbe anche chiesto al presidente sudanese, con una lettera inviata recentemente, di affrontare seriamente le critiche a cui è sottoposto il suo regime.

  • Giovanni |

    Alla fine il motivo è sempre lo stesso, il petrolio.

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