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Congo, casi di colera a Kibaki e Goma

Dopo il campo profughi di Kibaki, il colera ha raggiunto anche la città di Goma, capoluogo della provincia orientale del Nord-Kivu. Il medico Raffaella Gentilini, coordinatrice sanitaria dell’organizzazione Medici senza frontiere, ha riferito di due persone ricoverate ieri nell’ospedale di Goma, insieme a due sfollati che avevano trovato rifugio in città. Da venerdì a oggi sono stati registrati più di 50 casi a Kibati. Le Nazioni Unite denunciano una campagna di intimidazioni e minacce lanciata dai ribelli congolesi guidati dall’ex generale Laurent Nkunda per costringere i caschi blu a lasciare la Repubblica democratica del Congo. L’Unione europea si dice preoccupata per il peggioramento della situazione nella Repubblica democratica del Congo, dove un milione di sfollati cercano di sfuggire alla ripresa delle ostilità tra ribelli e truppe governative, ma al momento Bruxelles non prevede l’invio di truppe a sostegno della missione di pace Onu. Nelle scorse settimane, l’Onu ha chiesto l’invio di rinforzi, pari ad altri 3.000 uomini, ma al momento nessun Stato membro ha offerto la propria disponibilità.

La ripresa degli scontri tra ribelli e truppe governative ha costretto in due occasioni le decine di migliaia di sfollati presenti a Kibati a fuggire. I medici sostengono che eventuali nuovi scontri potrebbero mettere in fuga le persone infette, facendo così diffondere l’epidemia in tutta la regione orientale della Repubblica democratica del Congo. Il campo di Kibati si trova 12 chilometri a nord di Goma e accoglie oggi circa 50.000 persone. Molti vivono in tende di fortuna, sotto tendoni di plastica che li riparano dalle piogge torrenziali di questa stagione, ma molti altri sono accampati all’aperto. Mancano acqua pulita e latrine.
Nelle ultime settimane, decine di persone sono morte di colera in altre zone della regione orientale del Congo. I medici temono epidemie a nord di Goma, oltre le linee del fronte dei ribelli, dove l’accesso agli operatori umanitari è limitato e dove i ribelli hanno costretto decine di migliaia di persone a lasciare i campi dove i casi di colera erano stati tenuti sotto controllo.
Unione europea: preoccupata ma niente militari. L’Unione europea si dice preoccupata per il peggioramento della situazione nella Repubblica democratica del Congo, dove un milione di sfollati cercano di sfuggire alla ripresa delle ostilità tra ribelli e truppe governative, ma al momento Bruxelles non prevede l’invio di truppe a sostegno della missione di pace Onu (Monuc). Proprio oggi, l’organizzazione umanitaria Oxfam aveva lanciato un appello per "l’invio di truppe europee" a sostegno della Monuc.
"Per il Congo, purtroppo, la situazione peggiora", ha detto il ministro degli Esteri francese Bernard Kouchner, al suo arrivo alla riunione congiunta dei ministri degli Esteri e della Difesa Ue (Cagre). "Abbiamo una situazione umanitaria più che disastrosa, difficile da tollerare", ha aggiunto. Posizione simile è stata espressa dal ministro tedesco per gli Affari europei, Gunther Gloser: "La situazione umanitaria è intollerabile". Tuttavia, "non se ne parla per il momento" di inviare truppe, ha detto il ministro tedesco alla difesa Franz Joseph Jung.
L’appello al cessate il fuoco lanciato venerdì scorso dal vertice di Nairobi è insufficiente, secondo Kouchner: "E’ un piccolo passo. Serve una soluzione politica, una soluzione regionale. E le forze delle Nazioni Unite saranno capaci di farvi fronte? Non lo so". La missione Onu dispone di 17.000 uomini, ma è stata più volte accusata di non riuscire a garantire la protezione dei civili. L’Onu ha replicato precisando che circa 6.000 caschi blu sono dispiegati in 34 punti diversi della provincia del Nord-Kivu, teatro dei recenti scontri, dove il loro compito principale è la difesa degli sfollati, pari a un milione.
Il resto della forza è dispiegata in altre tre province della regione orientale del Paese, dove operano altri gruppi ribelli: Sud-Kivu, Ituri e Provincia orientale. Nelle scorse settimane le Nazioni Unite hanno chiesto 3.000 uomini di rinforzo, ma al momento nessun Stato membro ha offerto la propria disponibilità.
Nelle scorse settimane, proprio Kouchner si era espresso a favore dell’invio di una forza europea a sostegno della Monuc, incontrando però riserve tra gli altri Paesi europei. Oggi, il ministro ha sottolineato che "tutte le questioni sono state sollevate e bisognerebbe rispondere con urgenza. Gli europei che sono pronti possono farsi avanti certamente". Qualora il Consiglio di sicurezza dell’Onu approvasse il rafforzamento della Monuc, ha aggiunto il ministro, i Paesi Ue potrebbe eventualmente rispondere individualmente all’appello.
"Ascoltiamo scuse dopo scuse da parte dei paesi europei sul perché non possono garantire il loro aiuto, scaricando la responsabilità a un altro paese, a un altro continente – ha denunciato oggi Juliette Prodhan, responsabile Oxfam in Congo – quanti altri devono soffrire prima che l’Europa decida per azioni efficaci?". L’ong ricorda che gli ultimi dieci anni di conflitto hanno causato la morte di 5,4 milioni di persone, molte delle quali decedute per fame e malattie. "L’Unione europea non sta ottemperando alla sua responsabilità di proteggere le popolazioni civili", ha accusato Oxfam.
Nkunda: fuori i caschi blu. Le Nazioni Unite denunciano una campagna di intimidazioni e minacce lanciata dai ribelli congolesi guidati dall’ex generale Laurent Nkunda per costringere i caschi blu a lasciare la Repubblica democratica del Congo.
"Conoscono molto bene i nostri punti di forza e di debolezza e ci giocano – ha dichiarato un portavoce della missione Onu in Congo (Monuc), Sylvie van den Wildenberg – ci vogliono mandare via, questo è chiaro". In una lettera inviata all’Onu e datata 27 ottobre, due giorni prima che i suoi miliziani minacciassero di entrare a Goma, capoluogo della provincia orientale Nord-Kivu, Nkunda scrisse di non poter offrire garanzie sulla sicurezza dei caschi blu. "Nelle attuali circostanze in cui le nostre forze si stanno confrontando direttamente con le truppe governative, non possiamo essere chiamati a rispondere della sicurezza delle forze Monuc presenti al fronte", si legge nella missiva, ottenuta dal Financial Times.
La lettera era stata anticipata da una telefonata di un comandante di Nkunda, maggiore Castro Mbera, in cui si minacciava di uccidere i caschi blu indiani se la Monuc avesse deciso di intervenire a sostegno delle truppe governative con attacchi aerei. La telefonata venne fatta durante l’offensiva del 7 ottobre scorso alla base militare di Rumangabo, a nord di Goma.
Ufficiali Onu riferiscono anche di una campagna propagandistica contro le Nazioni Unite su emittenti radiofoniche e siti web, volta ad alimentare la frustrazione della popolazione contro la Monuc, accusata di non proteggere i civili.
La Monuc ha il mandato di proteggere i civili e di sostenere le istituzioni congolesi, tra cui l’esercito. Nei giorni degli scontri tra truppe governative e ribelli a nord di Goma, la forza Onu ha garantito sostegno logistico e copertura aerea ai militari male addestrati di Kinshasa. Oggi, i caschi blu presenti a Goma, indiani e uruguaiani, sono circondati dai guerriglieri di Nkunda.
Nelle scorse settimane, l’Onu ha chiesto l’invio di rinforzi, pari ad altri 3.000 uomini, ma al momento nessun Stato membro ha offerto la propria disponibilità.