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Viaggio in Cameroun / 2. Il volo

Il volo per Douala, la capitale economica del Cameroun, parte da
Bruxelles con – tanto per cambiare – la Bruxelles Airlines, vettore
che ha molte linee dirette verso l’Africa. I voli in questo periodo
sono pieni. Di gente che torna a casa. Africani trapiantati in Europa
per lo più, che sono diventati europei ormai. Arrivati qui per
un lavoro. Ma che tornano ancora a quella che per loro resta la casa.
Intere famiglie, o giovani uomini soli. Anche loro come me con
altrettante valigie piene di altrettante cose da lasciare lì.

 

Il mio posto in aereo è accanto a un signore ben vestito che
legge su Le Soir, le ultime notizie sull’attacco israeliano a Gaza.
Indossa una croce di legno sul pullover, ma non sono sicuro si tratti
di un sacerdote perché per il resto il suo abbigliamento è
completamente “laico”.
Commentiamo in francese l’orribile
risultato del raid israeliano. Le fotografie della caserma della
polizia dell’Autorità nazionale palestinese dove una bomba ha
ucciso 40 reclute, giovani dai 20 ai 24 anni, che stavano nel
cortile. Le foto mostravano corpi dilaniati, brandelli di carne,
sangue sulle loro divise blu. Ragazzi che studiavano per diventare
poliziotti. E non terroristi di Hamas come recita la propaganda
mediatica israeliana che ha tanto credito anche sui quotidiani
occidentali. Sui giornali queste foto non sono state pubblicate.
Troppo forti. Troppo sangue. E’ una forma di censura sopraffina
evitare la pubblicazione di immagini raccapriccianti. E’ la realtà.
Purtroppo. C’è poco da nascondere. Cerco di spiegare il mio
punto di vista al mio vicino di poltrona in francese. A un certo
punto gli chiedo dove vive in Europa. Lui, sempre in francese, mi
risponde “à Rome”. Buffo. Scopro che Jean Leon è un
sacerdote congolese che vive a Roma, si sta per laureare alla
Università lateranense. E conosce benissimo Martin Nkafu, mio
amico camerunense, che insegna allo stesso ateneo, che ha organizzato
assieme a me la scuola di giornalismo a Fontem, destinazione del mio
viaggio, in mezzo alla foresta tropicale. Jean Leon mi racconta della
sua vita. Di come ormai, dopo 25 anni in Italia, si senta legato a
Roma. Del suo lavoro prima in una parrocchia di periferia. E ora in
una casa di riposo per anziani ad Acilia, paese pontino disteso tra i
colli romani e il mare. Quando parla dei “suoi” vecchi si
illumina. “Ho inventato la benedizione delle carezze. Ogni sera
prima di dormire, si mettono fuori dalla mia stanza in fila perché
vogliono che li vada a salutare. E così passo davanti a
ognuno, li accarezzo, gli do la buonanotte e li benedico”. Come dei
bambini.”Non ho potuto raccontare che partivo per l’Africa per due
settimane. Non mi avrebbero lasciato partire. Gli ho detto una
piccola bugia, che dovevo andare a fare gli esercizi spirituali. Così
mi hanno lasciato andare”. Jean Leon nel Sud del Congo, in questi
anni, attraverso una sua fondazione no profit e l’aiuto di tante
famiglie romane, ha dato una scuola e un posto dove dormire a circa
2mila bambini. Mi mostra le foto della sua missione, di un mulino a
benzina che permette alle donne di avere la farina senza battere più
a mano i chicchi di grano: facevano una fatica immensa, ore e ore a
battere con il legno nei mortai per avere un po’ di farina pr fare il
pane. Gli parlo del mio progetto. Della scuola di giornalismo e
dell’idea pazza di creare un sito all news africane in inglese
attraverso una rete, un network di giornalisti africani indipendenti.
Mi offre la sua disponibilità e quella di un giovane
giornalista locale a collaborare con AfricaTimesNews dal Congo, uno
dei posti piu’ turbolenti del mondo in questo periodo. Mi torna in
mente il titolo di un libro, neanche tanto bello, di Richard Bach,
l’autore del gabbiano Jonathan Livingston. Il libro si intitola:
Niente per caso. Già, Niente per caso. Ora Jean Leon vorrebbe
aiutare i ragazzi congolesi ad aprire una falegnameria. Non hanno né
macchine e nemmeno la corrente. Mi mostra le foto del loro lavoro,
tutto a mano. A partire dai tronchi tagliati. Fino ai tavoli e alle
poltrone. Niente per caso. A Fontem proprio in questo periodo c’è
Mario Vismara, un volontario di Varese, falegname in pensione, che ha
portato giù, in Cameroun, le macchine per lavorare il legno.
Ci siamo sentiti qualche giorno fa, prima della sua partenza. “ormai
vado solo a vedere cosa fanno, hanno imparato così bene il
lavoro del falegname che non hanno più bisogno di me”, mi ha
detto. Racconto questa storia a Jean Leon. Gli prometto che cercherò
di convincere Mario ad andare in Congo l’anno prossimo per tenere una
scuola di falegnameria anche lì. Magari, insieme a lui,
riusciremo anche a trovare i soldi per comprare le macchine utensili.
Niente per caso. (2 – segue).

  • Pierpaolo D'Ippolito |

    Caro Riccardo,
    è grande questo tuo progetto di formare giornalisti “indipendenti”! Ce n’è tanto bisogno in un periodo, come quello attuale, in cui i media non esitano a creare un clima di paura che produce visioni (sociali, antropologiche, relazionali) ristrette e limitate ed un’ulteriore rinchiudersi nell’individualismo più esasperato. Per fortuna ci ha pensato ieri sera il Presidente Napolitano a rimarcare che l’unica cosa di cui aver paura è la paura stessa; occorre fare della crisi un’occasione per liberarcene e ha spronato tutti a dare il proprio contributo, vivendo con stili di vita di sobrietà e lungimiranza e con animo fermo, solidale, fiducioso.
    Mi recherò anch’io a Fontem dal 23 gennaio per un progetto di cooperazione tra l’Ospedale di Prato (vado con altri 6 colleghi medici) e l’Ospedale di Fontem. Spero di poter mettere a frutto competenze e sono sicuro di ricevere tanto.
    A te Buon viaggio! Leggerò con passione ed interesse i tuoi diari.
    Pierpaolo D’Ippolito

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