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Viaggio in Cameroun / 3. Douala

A Douala, appena atterrati, la prima cosa che ti accoglie è il
caldo. A Malpensa nevicava. Qui c’è un caldo umido che ti si
appiccica addosso. Metto la giacca a vento e il maglione nello zaino.
Resto a maniche corte ma continuo a sudare. Dall’alto la città
somiglia a tutte le megalopoli africane. Una distesa estesa di case e
casupole basse inframezzate da strade e avenue. La periferia si
riconosce perché le strade diventano rosse di terra. Verso il
centro si allargano in viali percorsi da file di auto.

Douala, tre
milioni di abitanti, è la capitale economica del Cameroun. Un
po’ come Milano e Roma. Così è qui. A Yaoundè
c’è la capitale amministrativa, i palazzi del potere, qui ci
sono le attività economiche e i soldi. Ma non abbastanza,
evidentemente, perché oltre al caldo un’altra cosa che
colpisce è che si viene assaliti da portantini e ragazzi che
si offrono per trasportare i bagagli in cambio di qualche euro. Lo
stipendio medio di un impiegato è di circa 100mila franchi
camerunensi che equivalgono a più o meno 40 euro. Così,
un euro guadagnato portando le valigie a qualche sporadico turista,
missionario  o uomo d’affari, è tanto per questi ragazzi.
Ricchezza facile e a buon mercato, senza troppa fatica. Faccio fatica
– io sì – per cercare di evitare il loro assalto. Sono molto
gentili. Un po’ insistenti però e non demordono neanche quando
gli dico che c’è una persona che viene a prendermi. A dire il
vero non so se ci sarà davvero. Martin prima di partire mi
aveva detto che sarebbe venuto qualcuno. Ma ancora non so. E al primo
tentativo di chiamarlo, il telefonino non risponde.

La
sala con i nastri trasportatori dove arrivano le valigie sembra una
bolgia o un mercato. Piena zeppa di gente, di portantini, militari,
carrelli, turisti che aspettano, suore spagnole, africani che tornano
a casa. Ci sono solo due voli in arrivo a Douala ma sembrano 100
dalla gioiosa confusione che regna. In alto, sulla balconata ci sono
gruppi di persone in attesa che guardano lo spettacolo. Attendo le
mie valigie che sembrano non arrivare mai. Sono teso perché
temo che i computer contenuti in una di queste possano perdersi per
strada… Sono teso anche perché devo ancora passare la
dogana, ammesso che le valigie arrivino. E i poliziotti camerunensi
non sono famosi nel mondo, per così dire, per la loro onestà
specchiata e il senso del dovere. Non si fanno problemi davanti a un
europeo che arriva con le valigie piene. Anche qui. Un modo per
arrotondare lo stipendio: possono tenerti fermo anche un giorno-due
prima di decidere di rilasciare il tuo bagaglio. Ovviamente in cambio
di un po’ di soldi.

Finalmente
riesco a parlare con Martin. Mi dice che verrà a prendermi
Biagio, un italiano, insieme a Paul del Cameroun. Gli parlo del mio
timore. Di quella fatidica uscita doganale, nella bolgia infernale
che è la sala bagagli dell’aeroporto. Martin mi consiglia di
non muovermi. Di aspettare le valigie, che prima o poi arriveranno.
“Succede sempre così qui”, mi conferma un ragazzo
camerunense trapiantato a Parigi. E in effetti dopo circa 30 minuti,
al terzo o quarto carico, finalmente, la bocca di gomma del nastro
trasportatore sputa le mie valigie.     (3 – segue)

  • Franco |

    Caro Riccardo adesso sei a Douala ?

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