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Viaggio in Cameroun / 6 Da Dschang a Fontem

Sul bus la musica africana della
radio ci accompagna lungo tutto il viaggio. Musica a tutto volume:
hip hop africano, reggae, dub, ska, comunque sempre ritmata. Tra un
brano e l’altro ci sono le telefonate degli ascoltatori. La dj, in
inglese, dopo una serie di risate a rimando, conclude sempre con la
stessa domanda: “What’s your proposal?”, che disco vuoi
ascoltare?… Segue risposta. Non capisco mai il nome del cantante
(i cognomi dei camerunesi sono lunghissimi e impronunciabili, li
superano per complessità forse solo i malgasci)… Ma il ritmo
continua.

Armand ha appena finito
la scuola di giornalismo a Douala. Non trova lavoro, come molti qui. E
continua a studiare. Adesso si è iscritto a un corso di human
resources. Spera così di avere più possibilità
di trovare un posto nella divisione risorse umane di qualche
azienda. Suo padre è emigrato in Germania 30 anni fa. “Ha
provato a tornare qui, ma ormai, dopo tanti anni, è diventato
tedesco, ha la mentalità tedesca”. Armand, senza lavoro, fa
il capofamiglia. Lungo la strada si susseguono le case di mattoni e
quelle di fango. Il tetto è di latta. Alcuni sono più
fantasiosi, sempre di lamiera ondulata, ma hanno il tetto a cupola.
Sarebbe interessante fare un reportage fotografico delle case
africane o delle insegne colorate dei negozi di strada. Paese per
paese. Mi spiega come funziona il
sistema radiotelevisivo camerunese. A Yaoundé, la capitale, i
quotidiani principali sono Cameroon tribune (giornale governativo),
Le Jour e Mutation che sono indipendenti, almeno sulla carta. Altri
quotidiani indipendenti, a Douala, sono Le Messager e La Nouvelle
expansion. Crtv è il canale televisivo governativo. Ci
sono le tv private nazionali: Stv1, Stv2, Canal 2, EquinoxTv, Ltm.
Trasmettono videoclip, telenovelas brasiliane o africane e poca
informazione. Quelli che hanno il satellite però vedono le
news su France24 o Cnn. E poi ci sono le radio. La radio nazionale,
Crtv, del governo, trasmette in onde medie e ha una stazione in Fm in
ogni grande città. C’è infine una miriade sterminata di
radio locali che, soprattutto nelle zone più interne, sono
ancora il media più diffuso con un’importante funzione sociale
per le informazioni che offrono alla popolazione. La programmazione,
ca va sans dire, è dominata dalla musica.

Un capitolo a parte sarebbe da
scrivere per le donne africane. Belle e fiere. Madri, ragazze o
madri-ragazze (ché è quasi sempre così) con 4
figli già a 25 anni. Allegre. Vitali. Sempre pronte a muoversi
a passo di danza o a cantare.

Un’altra cosa che vale la pena di
annotare sul taccuino è l’uso della testa come “mezzo di
trasporto”. Ho visto donne, ma anche uomini e bambini trasportare
di tutto: carichi di legna, caschi di banane, giganteschi sacchi di
farina, i panni raccolti al sole. Anche in Abruzzo, la mia regione, fino a pochi anni fa
le donne nelle zone interne caricavano sul capo otri di vino, orci
pieni di acqua, la sporta per andare al mercato… Le statuette che
vendono come souvenir negli autogrill le raffigurano ancora oggi così.

La
strada allontanandosi dal litorale si inerpica verso
la montagna, con tornanti continui. Il sole fa sentire la sua forza. La
troppa luce confonde i colori. Fino a un altopiano che si apre
alla città di Dschang, 500mila abitanti, strade di terra
battuta, l’università. Gente che vive lentamente. Ultima
fermata per l’Africa urbana. Prima che cominci la giungla. L’Africa
dei villaggi persi sotto i banani, i baobab e i palmeti. Dobbiamo
cambiare
bus e prendere un pulmino più piccolo per percorrere gli
ultimi 40 chilometri di una mulattiera che qui si ostinano a chiamare
strada. Il viaggio è un’avventura (letterale), scomoda e un
po’ comica. Su un piccolo Toyota scassato da 8 posti siamo seduti in
20. Stipati come polli in batteria. Davanti siamo in 4. Già in
3 si starebbe stretti. Io sono vicino all’autista, messo di sbieco,
con il piede vicino all’accelleratore e il cambio praticamente tra le
mie gambe. Ogni volta che deve mettere la seconda devo sollevare una
gamba da un lato, in qualche modo. Per “the driver”, come lo
chiamano tutti, non c’è problema. “No problem”. Più
che un autista sembra un acrobata di un circo abituato a schivare
buchi e crateri che si aprono a ogni tornante. Suona di continuo –
beebee, beebee – per avvisare ed evitare di scontrarsi con qualche
mototaxi o altri furgoni che potrebbero arrivare dall’altro lato. Non
so dire esattamente da quale lato della strada avanzi, se a destra o
a sinistra. Sarebbe più corretto dire che ondeggia tra un buco
e l’altro. Non seguendo la linea più breve. Ma quella più
liscia. Guidato da una specie di radar interiore. Lasciamo dietro di
noi una nuvola enorme di terra rossa. E a ogni sobbalzo il tetto
stracarico di valigie e di polli e di non so cosa altro vibra sulle
nostre teste in un modo incredibile. Chissà se cederà
sopra le nostre teste. “Quanto ci metteremo?”, gli chiedo. La
risposta è secca: “Non saprei”. Poco, in ogni caso mi
spiega Armand, rispetto a quando la strada durante la stagione delle
piogge diventa una palude”. A un certo punto, lungo una salita, il
pulmino si ferma. “The driver” prova a ingranare la prima. Niente
da fare. Non ce la fa a salire: è troppo carico. Bisogna
scendere e farsi un pezzo a piedi. Scendono tutti, compreso una
vecchietta scheletrita dall’età indefinibile. Proovo anch’io a
fare lo stesso. Ma l’autista, con mia grande sorpresa, mi impedisce
di farlo: “Non puoi  scendere. Tu sei l’ospite”. Anche se non mi
conosce. Anche se non sa da dove vengo né chi sono e cosa ci faccio
qui. Per loro sono comunque un ospite. Comincio a capire meglio la
cultura tradizionale africana. (6- segue)

  • Riccardo Barlaam |

    grazie Fabio glielo dirò ad Armand. A presto

  • fabio |

    Buon viaggio riccardo, e buon anno. Questo è un pezzo di viaggio della tua vita. Rivedo le tue passeggiate per il corso, qui a teramo, il tuo sguardo attento verso l’altro, il tuo sorriso e la tua disponibilità. Non potevi che stare lì adesso. Un lavoro che va oltre…
    Ti sto seguendo, perché in fondo ti seguo silenziosamente da 20 anni, con l’affetto di sempre. Leggerti è bello non tanto per quello che scrivi ma per quello che rasmetti. E leggere l’incoraggiamento e la gioia di tuo figlio ne è prova fondamentale. Io la poca africa che conosco l’ho appresa dal mio vu cumprà, clandestino, ormai amico, che aspetta il riconoscimento del suo flusso per tornare in senegal, dove mi vorrebbe alla festa del suo rientro.
    Sorrido pensando a chi dopo la scuola di giornalismo non trova ancora lavoro. C’è poca differenza tra l’africa e l’italia, diglielo…
    ti aspetto

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