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Viaggio in Cameroun / 8 La famiglia

La
casa di Martin è davvero sempre aperta. E’ – diremmo in
Italia – una specie di porto di mare. Chi arriva, come una nave,
viene accolto. E diventa della famiglia, si siede a tavola come se
fosse la cosa più naturale del mondo… il cuore africano. In
questi giorni sono ospite a casa sua. Martin insegna culture africane all’Università a Roma. Ma
è un bangwa. E la sua casa è una vera casa africana, in
mezzo ad altre case africane disseminate in questo bush, sotto gli
alberi tropicali. “Ho pensato – mi accoglie così – che
non volessi stare da solo tutti questi giorni in una camera d’albergo
ed era meglio stare in famiglia”. Così, sperimento la vita di
una famiglia africana in un villaggio.

In
questi giorni nella casa di sono una ventina di persone. Tutti i
parenti arrivati per la festa in memoria della sua madre morta
qualche tempo fa, il cry die, la festa per la fine del lutto. Un esercito di bambini da 0 a 8 anni, i suoi
fratelli, Walter che fa il ricercatore universitario in Svezia,
Richard che abita nel villaggio vicino, la sorella Genette che sta
invece in una città più a Nord. e poi ci sono le mogli,
i nipoti e i nipoti dei nipoti. Rachel, Sally, Deogratias,
Immaculate, Genevieve, Cristine, Mauro, Rose, Carin, Quincinta,
Elvis, Maura, Derilyn e Criscienza, Wise, il più piccolo, detto Cocò, che piange sempre quando mi vede. Perché ha
paura. "The white man!, the white man!", dice. Il tutto è un po’ caotico ma
divertente.

Per
me, l’ospite, come era successo sul bus che mi ha portato qui, si
libera magicamente l’unica stanza singola con bagno. Gli altri dormono come
possono. In due-tre su un letto. Sul divano. Con i bambini da un
lato, sopra o sotto. Insomma, una simpatica confusione. Mi vengono in
mente le barche dei disperati che arrivano a Lampedusa. Africani che
non riescono a trovare lavoro, perché non esiste un lavoro
anche se hai studiato, sei laureato da 5 anni e continui ancora a
studiare. Non esiste. In un posto come il Camerun. Se non conosci
qualcuno. Un potente. Il potente di turno legato alla casta del
presidente “eterno” Paul Byia.

Senza
alternativa molti sono costretti a cercare fortuna all’estero. Quelli
che hanno studiato continuano a farlo negli States o in Europa se
riescono a ottenere una green card, un biglietto aereo, un permesso
di soggiorno. Gli altri, quelli dei paesi più poveri, dal
Mali, dal Niger, dal Chad, che non hanno studiato, arrivano con le
barche dalla Libia verso la Sicilia o dal Marocco per la Spagna. In
cerca di un lavoro. Di soldi. Dopo lunghi viaggi della disperazione
attraversando deserti e città. Sperano di entrare in Europa.
Per riuscire a sopravvivere, anche ai margini della società
occidentale, e a far vivere la propria famiglia qui con ciò
che riescono a spedire.

Quello
che noi Occidentali facciamo per accoglierli è esattamente il
contrario della ospitalità com’è intesa nella cultura
tradizionale africana. E’ vero forse, come sostiene la Lega Nord, che
il
modo migliore di limitare gli sbarchi sarebbe quello di aiutarli a
casa propria, con programmi di sviluppo dell’economia: ti dò
la canna da pesca, ti insegno a pescare così puoi farlo da
solo. Ma in Italia il Governo di centrodestra (e la Lega è uno dei
partiti che fa parte della maggioranza) dice una cosa e ne fa
un’altra. la Finanziaria appena approvata ha tagliato gli aiuti per i
Paesi in via di sviluppo ai minimi da sempre. Per gli africani
comunque, anche se non hanno niente, c’è sempre qualcosa da
dividere. La porta, come qui, è sempre aperta. “C’è
da mangiare per 5, arrivano in 10, va bene lo stesso”, dice Martin. Lui
qui è un personaggio molto popolare. Molti vengono da lui, a cercarlo,
per chiedergli qualcosa, un aiuto, un lavoro o semplicemente per
parlare. Stamane ci sono due persone alla porta. Entrano e subito
vengono a fare colazione con noi.

Credo che
questa esperienza di condivisione mi stia insegnando qualcosa.
Un’esperienza che mi ribalta gli schemi del bravo occidentale che
viene a fare qualcosa per gli africani. Chi si è arricchito da
questa storia, dal contatto con questa cultura, forse sono più
io che loro. (8 – segue)

 

  • Lidia |

    E’ proprio così io son partita con “una valigia ma son tornata con due” ed è solo per merito della straordinaria famiglia africana!!!!

  • Progetto Anitié |

    ci stiamo appassionando al tuo racconto e ritroviamo cose incontrate in altre parti d’africa…
    grazie e buon viaggio

  • lulù |

    CIAO RICKY…PENSO PROPRIO CHE TUTTI NOI CHE TI CONOSCIAMO IMPAREREMO MOLTO DALLA TUA ESPERIENZA COME TU STAI IMPARANDO DAI TUOI NUOVI AMICI….TI ASPETTIAMO CON I RACCONTI PIU’ BELLI A BRACCIA APERTE E CUORE FELICE PER IL TUO RITORNO….LA LULU’

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