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Viaggio in Cameroun / Correre nella giungla – 15

In Cameroun ci sono 240 etnie diverse. I caratteri somatici della gente sono diversi. Dopo un po’ che ci vivi insieme riesci a distinguerli. Alcuni sono piccoli,
tarchiati hanno il viso tondo. Altri sono alti come dei fusi. Altri ancora
sono più scuri degli altri. Non è difficile incontrare gli albini, eccezione
tra i neri, perseguitati in alcuni paesi dove si crede ancora alla stregoneria,
dove si crede che portino sfortuna o disgrazie. Ho incontrato una suora albina,
delicata nei modi e nel colore della pelle e un giovane albino, più duro nell’aspetto,
occhiali da sole neri e giacca alla James Dean.

In ogni caso queste etnie convivono pacificamente. Dal 1960, anno in cui il Cameroun ha
raggiunto l’indipendenza, fino ad oggi. Mai problemi. C’è un grande senso di
tolleranza e di rispetto. I valori africani autentici sono conservati da questo popolo bangwa, per l’80% ancora legato alla religione tradizionale: l’ospitalità, il forte senso della comunità, la cordialità fraterna, la saggezza. Nell’organizzazione sociale
predomina la dimensione del collettivo. Il territorio di Fontem è suddiviso in 9 “regni”, ciascuno governato da un Fon (re), affiancato dalla Mafwa (regina), sorella del Fon. A sua volta ciascun villaggio della tribù è retto da un “chief”, che insieme ad
altri chief collabora al governo di tutta la tribù con il proprio Fon. Questo
linguaggio “monarchico” non è proprio della cultura locale, ma è una
contaminazione della colonizzazione inglese. Oggi è il primo giorno libero. Ho trminato il corso di giornalismo e gli articoli da inviare in Italia. Ho deciso che andrò a correre. Con Mauro Ntelah, che a dispetto del nome italiano
è un ragazzo nero, più nero degli altri. Il fisico atletico che sembra scolpito
nel bronzo, e lo sguardo fiero, Mauro si è offerto di accompagnarmi fin su alla
cima della montagna dove ci sono le antenne dei ripetitori per i telefonini. Dei
due operatori che si dividono il mercato camerunese, Orange e Mts, e che sono
arrivati fino qui nel cuore della foresta tropicale. Tutti hanno ormai il
telefonino. Le schede si vendono nelle baracche degli street market, ovunque,
anche nei posti più ameni. 

La corsa è per me il modo migliore da sempre per
conoscere un posto. Ho corso a Berlino sotto l'angelo dorato e in Amazzonia con 95% gradi di umidità, a Parigi o a Budapest, a
Helsinki o in Malawi. Perché a piedi ci si accorge meglio di quello che sta intorno,
si entra più lentamente e si esce nello stesso modo da un luogo, rispettandolo,
rispettando i suoi tempi.
In Africa però è difficile vedere qualcuno correre. Tutti
camminano per spostarsi da una parte all’altra. Le auto sono un lusso. I
mototaxi costano. Così si va a piedi. Ed è quindi strano pensare di muoversi,
di corsa per giunta, per spostarsi. Metto su le scarpe da running e un paio di
pantaloncini, Mauro invece indossa
un paio di pantaloni lunghi. Mi sembra strano. Più avanti capirò perché.
Cominciamo a correre e a salire. La strada sterrata all’inizio è più larga ma
poi diventa una vera e propria mulattiera. Mauro mi precede. Non parla e
continua a salire di passo. Io gli sto dietro – mi sto allenando per una
ultramaratona, un’idea pazza lo so, che vorrei riuscire a fare nel mese di
marzo. Confesso che faccio fatica. A un certo punto si apre (si chiude anzi) davanti a noi la giungla.
Diventa impossibile proseguire di corsa. Le felci e piante tropicali mai
viste si stringono sul sentiero che diventa una sottile lingua di terra, in
salita, interrotta dalle radici degli alberi secolari in rilievo, da liane, da sassi e da ruscelli di acqua sorgiva. Lo spettacolo (perché uno spettacolo della natura è) è
davvero mozzafiato, ma non ho portato con me la macchina
fotografica. Comprendo perché Mauro ha indossato i pantaloni lunghi: le
mie gambe sono rosse per le reazioni della pelle al contatto con le piante.
Andiamo avanti. Senza parlare. Nella contemplazione di questa natura
incontaminata. Di tanto in tanto incontriamo qualcuno che torna dal villaggio
verso la sua casa, nascosta sotto la vegetazione lussureggiante della foresta.
Un padre con la figlia adolescente. Lui ha un bastone di legno in mano per
aiutarsi nella salita. Lei ha sul capo una sacca piena di manioca. Gli sembra
strano vedermi in pantaloncini e scarpe da jogging. Lo capisco dall’esitazione dei loro
sguardi. Mi salutano con un sorriso pulito e continuano a marciare. Mauro mi fa
vedere le case nascoste. La casa di Nche, uno dei chief di Fontem che ieri sera
era a cena a casa nostra. Il chief ieri aveva alzato un po’ il
gomito, come si dice. Aveva bevuto qualche birra di troppo. E mi chiedo come
avrà fatto a tornare a casa sua fino quassù. In alcuni punti, mi spiega Mauro,
qui non arriva la luce elettrica e nemmeno l’auto. Mi mostra una tana di un
animale scavata dentro un albero. A ogni biforcazione, senza esitare, sceglie
la strada giusta. Lui conosce ogni angolo di questa foresta. Scendiamo al guado
del torrente che si apre verso una piccola pozza d’acqua. Non so se avete
presente i film in bianco e nero di Tarzan. Ebbene, il panorama è lo stesso. Ma
a colori e non di cartone. Dopo circa un’ora arriviamo a vedere la vetta­. La
prima sensazione che si ha quando si esce dalla foresta è quella di avere
finalmente spazio sopra di sé e non più piante. Si vede il cielo. Proseguiamo
sulla strada sterrata, passando sotto le due enormi antenne dei ripetitori
telefonici. La fine del viaggio è a Letia, il palazzo del Fon di Letia, uno dei
nove re della regione che domina tutta la vallata circostante. Prima del
palazzo, ci sono i tamburi per avvisare o chiamare a raccolta gli abitanti
della zona. I tamburi sono costruiti con dei tronchi vuoti. Si suonano con dei
bastoni di legno. E sono molto usati anche nella musica locale. Hanno di solito
due dimensioni. Quelli più grandi emettono suoni profondi. Spostando poi i
bastoni da un lato all’altro del tronco si riescono a ottenere note diverse,
più acute o più basse. La casa è un compound classico ma più grande delle
altre. Sui muri sono disegnati i simboli regali. La casa si apre a un enorme aia, per così dire, vuota e sterrata. Ci salutano una capretta e
delle galline che scappano alla nostra vista. Mauro senza esitazioni continua verso le case e chiama qualcuno in dialetto.
Nessuno risponde. Sul retro, alla fontana, seduti nella vasca vuota ci sono tre bambini. Tra i 2 e gli 8 anni. Sono soli, i figli del Fon. Mamma e papà
sono scesi in paese. E loro sono lì, senza paura. Abituati a cavarsela ai
margini della foresta tropicale. "Asha, asha". Coraggio, forza, ci dicono. Mauro
mi mostra il panorama della valle dall’alto. Menji, Fontem, il college, l’ospedale,
la sua casa. Mi mostra anche le antenne che permettono il collegamento Intenet wimax a
tutta l’area. Appena installate. Sul retro del pollaio del Fon di Letia, rivolte verso la valle. Funzionano. In questi giorni l’ho
sperimentato. Grazie a queste antenne sono riuscito a trasmettervi quasi sempre
il mio diario di viaggio. Lo sguardo sulla vallata ha il sapore di un saluto e
di un ringraziamento per tutto quello che ho vissuto in questi giorni. Alla
vigilia del ritorno a casa. (continua – 15)

  • Maurizio Penso |

    Carissimo Ricccardo mi dispiace che il tuo viaggio stia per finire.Mi hai fatto conoscere molti aspetti della vita dei Bangwa che non conoscevo e che ora sento più vicini che mai Ciao Maurizio

  • Ines |

    A volte non è necessaria una macchina fotografica.. anche se io ce l’ho sempre dietro .
    Quando si riesce come te a raccontare così nel dettaglio il paesaggio e insieme l’emozione che ti fa provare, può diventare solo un peso..
    In questi giorni di soggiorno in Cameroun sei stato una piacevole compagnia.
    GRazie ancora
    Ines

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