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Ultime dal Sudan, in Darfur si muore ancora

Ricevo e volentieri pubblico sul blog Africa la newsletter di Sudan, la pace possibile con le ultime notizie dal Darfur. Buona (si fa per dire) lettura. R.B.

Civili in fuga dalle razzie della Lra. Nelle ultime due settimane migliaia di civili hanno raggiunto il Sud Sudan per sfuggire agli attacchi dei ribelli ugandesi dell'Esercito di resistenza del Signore (Lra). Molti arrivano dai villaggi frontalieri della Rd Congo.

L'Alto commissariato dell'Onu per i rifugiati ha confermato che «almeno 5.000 persone provenienti da Aba hanno raggiunto la località di Lasu, 50 chilometri all’interno del territorio sudanese». Aba è stata razziata da un gruppo di ribelli Lra nonostante in città ci fossero circa 700 militari congolesi e ugandesi. Da dicembre infatti una operazione militare congiunta di Rd Congo, Uganda e Sud Sudan sta cercando di sconfiggere i banditi e smantellare le basi Lra. Anche il consiglio di sicurezza Onu e la comunità internazionale hanno approvato più volte l'uso della forza.

Ormai la Lra, un gruppo che da oltre vent'anni sostiene di combattere il governo ugandese di Yoweri Museveni, sembra aver perduto qualsiasi sostegno interno e appoggio internazionale (durante la guerra civile tra Nord e Sud Sudan il governo di Khartoum aveva armato e finanziato la Lra per una sorta di rappresaglia contro l'Uganda, che sosteneva l'Spla, l'Esercito popolare di liberazione del Sudan); ormai la Lra pare essersi ridotta a una banda – o meglio a più bande – di criminali che sopravvivono grazie alle razzie compiute sui civili. Il tempo dei colloqui di pace tra Lra e governo di Kampala, per i quali il Sud Sudan si era offerto come mediatore, sembra finito. Nonostante questo, nessuno sembra riuscire a sconfiggere definitivamente le bande di miliziani e alla popolazione terrorizzata non rimane che fuggire.

Darfur, 1 / Colloqui di pace in Qatar

L'11 febbraio è iniziato a Doha in Qatar il primo incontro tra rappresentanti del governo di Khartoum e quelli dello Jem, uno dei principali movimenti ribelli attivi in Darfur. È il primo contatto ufficiale dal 2007. Jibril Ibrahim, capodelegazione dello Jem, ha smentito di aver firmato un protocollo d’intesa per la cessazione delle ostilità e ha dichiarato: «Noi vogliamo un negoziato, che comprenda non solo le questioni del Darfur ma i diritti di tutte le persone marginalizzate presenti in Sudan».

Darfur, 2 / Ancora bombardamenti a Muhajeriya

All'inizio di febbraio sono continuanti i bombardamenti dell'aviazione dell'esercito di Khartoum su Muhajeriya, la cittadina del Darfur meridionale vicina a Nyala,

che era stata conquistata per alcune settimane dai ribelli dello Jem; l'esercito governativo a metà febbraio ha dichiarato di aver rioccupato la città e le aree circostanti.

Decine di migliaia di civili sono in fuga. Circa tremila nuovi sfollati sono arrivati nel campo profughi di Zam Zam. A Muhajeriya si trovano circa 190 caschi blu della missione di pace Onu; secondo gli stessi vertici della missione, essi non sono in grado di garantire l'incolumità della popolazione. Inoltre il locale coordinatore Onu degli aiuti umanitari, Ameerah Haq, ha dichiarato che il governo di Khartoum sta impedendo la distribuzione di cibo e acqua a circa centomila persone in Darfur meridionale, nella zone di Muhajeriya, Sheria e Labado. Il governo di Khartoum non ha rilasciato alcun commento.

La città di Muhajeriya, già controllata dagli ex ribelli di Minni Minnawi, che avevano firmato nel maggio 2006 la pace con il governo di Khartoum, era caduta sotto controllo dello Jem a metà gennaio. All'inizio di febbraio il segretario generale dell'Onu, Ban Ki-Moon, aveva chiesto invano al presidente del Sudan Omar el Bashir di sospendere il previsto attacco militare contro Muhajeriya.

Sudan, 1 / Indiscrezioni e smentite riguardo la decisione della Cpi su Bashir

La Corte penale internazionale (Cpi) ha smentito, il 12 febbraio, di avere emesso un mandato di arresto nei confronti del presidente del Sudan, Omar el Bashir, accusato di genocidio, crimini contro l'umanità e crimini di guerra compiuti in Darfur.

Nello stesso giorno il quotidiano New York Times aveva pubblicato un articolo in cui veniva data per sicura la notizia che la Cpi all'Aja aveva emesso il mandato di arresto e che immediatamente il Segretario generale delle Nazioni Unite, Ban Ki-Moon, era stato informato di questa decisione. Secondo il New York Times si tratterrebbe solo di una questione di giorni: la Cpi starebbe prendendo tempo prima di rendere pubblica la notizia. Nel frattempo alcuni paesi arabi starebbero valutando la possibilità di offrire asilo politico a Bashir.

Sempre il 12 febbraio il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite ha respinto la richiesta, presentata da Unione africana e Lega araba, di una sospensione di un anno delle procedure penali avviate dalla Cpi contro Bashir. Lo ha reso noto l'ambasciatore giapponese Yukio Takasu, presidente di turno del Consiglio; fonti diplomatiche occidentali hanno riferito che la proposta ha incontrato la dura opposizione di Stati Uniti, Regno Unito, Austria e Croazia.

Il 10 febbraio Ban Ki-Moon aveva dichiarato che Bashir era tenuto a rispettare qualunque decisione emessa dalla Cpi.

Sudan, 2 / Esponenti della società civile chiedono una conferenza a Khartoum

Il 5 febbraio un gruppo di 47 esponenti della società civile (tra cui alcuni giornalisti e attivisti per i diritti umani) hanno lanciato l'idea di una conferenza sulla crisi politica in Sudan, caratterizzata in particolare dalla guerra civile in Darfur e dal faticoso cammino di implementazione degli accordi di pace del 2005. Il portavoce dell'iniziativa è Monim Elgak.

Il contesto regionale

Pirati somali e traffico di armi / La Faina attracca a Mombasa

Il 5 febbraio i pirati somali hanno rilasciato la nave ucraina Faina, che era stata sequestrata il 25 settembre 2008 al largo delle coste della Somalia settentrionale. [vedi Newsletter 17 del 1 ottobre 2008]. L'armatore Vadim Alperin avrebbe pagato un riscatto di tre milioni e  duecentomila dollari. La nave è piena di armi pesanti, tra cui 33 carri armati, destinate ufficialmente al Kenya ma assai più verosimilmente, secondo la maggior parte degli osservatori internazionali, al Sud Sudan. Se questa notizia fosse ufficialmente confermata, creerebbe non pochi problemi a livello diplomatico, visto che l'accordo di pace del gennaio 2005 tra Nord e Sud Sudan (dopo una guerra civile durata oltre vent'anni) stabiliva che né il governo di Khartoum né quello del Sud Sudan potessero riarmarsi; inoltre il Kenya, che aveva ospitato i colloqui diplomatici,  è uno dei garanti dell'accordo.

La nave Faina e il suo equipaggio, una ventina di uomini, sono rimaste in mano ai pirati per oltre quattro mesi. Il 12 febbraio la Faina è arrivata nel porto keniano di Mombsa, scortata da una nave da guerra statunitense.

Il golfo di Aden viene considerato uno dei tratti di mari più pericolosi del mondo proprio a causa degli attacchi dei pirati. Per questo motivo è pattugliato dalle navi da guerra di diversi paesi occidentali.

Ancora tensioni tra Etiopia e Somalia

All'inizio di febbraio le Corti islamiche, il movimento somalo che si riconosce nel neo eletto presidente Sheikh Sharif, hanno accusato l'Etiopia di aver rinviato alcuni soldati dentro i confini della Somalia.

Il governo di Addis Ababa ha negato ed ha anzi confermato il completo ritiro dei propri soldati. L'intervento militare etiopico in Somalia è durato un paio di anni. [vedi Newsletter 24 del 15 gennaio 2009]. La situazione rimane tesa, anche perché le milizie islamiche più estremiste, raggruppate in Al Shabaab e ritenute dall'Etiopia e dagli Usa un'organizzazione terroristica, hanno occupato la città di Baidoa e ancora non hanno riconosciuto ufficialmente l'autorità di Sheikh Sharif. [vedi Newsletter 25 del 1 febbraio 2009].

I documenti

Darfur / I rizaygat tra marginalità, risorse e conflitti

Il Feinstein International Centre – un istituto di ricerca statunitense che si occupa degli aspetti umanitari dei conflitti e delle situazioni di crisi internazionali – ha da poco pubblicato il rapporto Livelihoods, Power, and Choice: The Vulnerability of the Northern Rizaygat, Darfur, Sudan.

Oggetto di indagine è la popolazione nomade dei rizaygat, dal 2003 al centro della cronaca riguardante il conflitto in Darfur, in quanto identificata come gruppo di origine dei janjaweed, i  “diavoli a cavallo” che, sostenuti dal governo di Khartoum, si sono opposti alle fazioni dei ribelli. Il rapporto non vuole essere un atto di denuncia delle violazioni dei diritti umani compiute in Darfur – delle quali comunque non si nega la gravità – ma uno studio approfondito e complesso sul rapporto tra  i mezzi di sostentamento (e il grado di accesso alle risorse) di tale popolazione e il ruolo della popolazione stessa nel conflitto. Indagare tale rapporto significa svelare la forte marginalità che sin dal periodo pre-coloniale ha colpito i rizaygat: il sistema gerarchico di allocazione delle risorse e di concessione dell’uso della terra ereditato dal sultanato Fur e confermato dall’amministrazione coloniale e dai leader del Sudan indipendente ha colpito fortemente questa popolazione, minandone gravemente lo sviluppo economico e la sussistenza, basata sulla pastorizia nomade.

Questa situazione di marginalità ha permesso al Governo di Khartoum di mobilitare i rizaygat in chiave anti-ribelli, spingendoli ad adottare quelle che il rapporto definisce “strategie mal-adattative”, ovvero basate sulla militarizzazione e sull’uso della violenza come mezzo per mantenere o guadagnare il controllo della terra, bene primario per una popolazione dedita alla pastorizia. Una strategia che, sebbene abbia condotto ad alcuni risultati nel breve periodo (la conquista di pascoli, il controllo di pozzi e strade, l’accesso alla cosiddetta “economia di guerra”), ha di fatto ulteriormente compromesso la possibilità per i rizaygat di uscire dalla cronica situazione di esclusione.

In primo luogo perché l’uso della violenza ha svuotato le terre controllate della manodopera necessaria a renderle effettivamente produttive (si pensi al numero esorbitante di sfollati che dal 2003 sono fuggiti dal Darfur); in secondo luogo perché ha gettato ombre pesanti sulla popolazione stessa, con la conseguente esclusione da tutte le iniziative umanitarie della comunità internazionale e dal processo di pace che faticosamente si sta tentando di avviare.

Riconoscere e affrontare le radici profonde della marginalità economica, politica e sociale dei rizaygat e della loro conseguente vulnerabilità – condivise da numerose altre popolazioni nomadi – è dunque necessario per fermare la spirale di violenza che dal 2003 ha colpito la regione del Darfur.

A questo fondamentale passo dovranno aggiungersi – raccomanda il rapporto – azioni  concrete da parte del governo di Khartoum, quali un maggiore coinvolgimento della società civile dell'area, il riconoscimento di diritti comunitari nell'ambito dell’accesso alla terra e alle risorse, l'attuazione di politiche in ambito educativo e sanitario rivolte ai gruppi nomadi dediti alla pastorizia, una maggiore presa di coscienza da parte della comunità internazionale. Il documento è disponibile (in inglese) nel sito https://wikis.uit.tufts.edu/confluence/display/FIC/Feinstein+International+Center

(a cura di Serena Menozzi).

Sud Sudan / Il rapporto di Human Rights Watch

Lo scorso 12 febbraio l'organizzazione non governativa Human Rights Watch ha pubblicato There is no Protection. Insecurity and Human Rights in Southern Sudan, un rapporto di 44 pagine sulla violazione dei diritti umani in Sud Sudan e sulle principali sfide che dovrebbe affrontare il governo. Gli autori, basandosi anche su interviste a testimoni privilegiati, evidenziano come «il governo del Sud Sudan dal 2005 a oggi abbia fatto limitati progressi nell'ostacolare gli abusi delle forze dell'ordine, nel proteggere efficacemente i civili da violenze ed attacchi e nel rafforzare il sistema giudiziario». Non solo «i militari e altre forze di sicurezza violano impunemente i diritti umani e commettono crimini nei confronti della popolazione cittadina» ma la situazione è anche aggravata da alcune debolezze del sistema giudiziario che portano a detenzioni arbitrarie, a forme di custodia cautelare prolungate e a condizioni di prigionia degradanti. «Il contesto di sicurezza rimane estremamente fragile». Oltre alle minacce causate dalle tensioni del contesto politico nazionale e dagli attacchi del gruppo ribelle ugandese dell'Esercito di resistenza del Signore (Lra), molti sud sudanesi sono in pericolo per i conflitti locali dovuti alla dispute su terra, bestiame o altre risorse. «Un gran numero di armi rimane nelle mani dei civili trasformando molte dispute in violenti conflitti».  Il rapporto raccomanda una riforma urgente della giustizia che garantisca un clima di legalità e libertà in vista delle elezioni programmate a metà di quest'anno. Il documento è disponibile sul sito http://www.hrw.org/en/reports/2009/02/12/there-no-protection-0

(a cura di Mauro Platè).