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Bashir, il vittimismo africano e la forza del petrolio

La forza del petrolio e degli appalti. Dall'Unione africana, dalla Lega araba, dall'Organizzazione della Conferenza islamica, dalla Russia e dalla Cina  (primo paese esportatore di gerggio sudanese) sono arrivati appelli al Consiglio di sicurezza dell'Onu perché sospenda il mandato d'arresto per il presidente del Sudan, Omar Al Bashir accusato di crimini di guerra per il genocidio del Darfur.

È un'eventualità prevista dall'articolo 16 dello Statuto di Roma con cui nel 1998 fu istituita la Corte penale internazionale. L'articolo, che inizialmente doveva essere limitato al periodo di entrata in funzione della Corte, stabilisce che per sei mesi «nessuna indagine e nessun procedimento penale possono essere iniziati o proseguiti» se ne fa richiesta il Consiglio di sicurezza dell'Onu con una risoluzione basata sul Capitolo VII, quello he riguarda le minacce alla pace. La richiesta può essere rinnovata per altri periodi di sei mesi «con le stesse modalità». Bashir ha reagito nel suo stile, con violenza e veemenza, al mandato di arresto. Accusando Stati Uniti, Occidente e Israele di neocolonialismo e di terrorismo. Probabilmente non sarà arrestato Bashir, ma il mandato di arresto del Cpi ha un significato politico importante: è finita l'era dell'impunità anche per gli altri Bashir africani. 

Il nobel per la pace Desmond Tutu sul New York Times di oggi ha ricordato che la giustizia internazionale non è parziale verso l'Africa, "ma è nell'interese delle vittime, e le vittime di questi crimini sono africane" "il mandato d'arresto per Bashir - conclude Tutu – è un evento straordinario per il popolo sudanese e per chi nel mondo mette in dubbio che popoli e governi possano essere chiamati a rispondere delle loro azioni efferate. I leader africani dovrebbero sostenere questa occasione storica e non adoperarsi per ostacolarla".