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Intervista dal Darfur: qui le bombe di Bashir continuano a cadere

Un balletto imbarazzante. Dei leader africani, di quelli arabi. Di Cina e Russia, quelli che vendono le armi e prendono il petrolio. Di Iran e Gaza. Gheddafi e l’Unione africana. Tutti in fila a protestare contro l’ordine di arresto spiccato il 4 marzo scorso dalla Corte penale internazionale nei confronti di Omar el-Bashir, il presidente-dittatore del Sudan, per le sue presunte responsabilità nel genocidio del Darfur.



Bashir fa ottimi affari con l’Occidente e con la Cina. Ed è benvoluto da tutti per i suoi appalti, i suoi contratti, gli ordini (anche di armi) e, soprattutto, per il suo petrolio. È benvoluto anche dagli italiani: una importante cooperativa edile italiana ha costruito l’albergo a 5 stelle, modernissimo, appena inaugurato a Karthoum. Il presidente sudanese due anni fa, a Roma, è stato ricevuto in pompa magna da politici, imprenditori, il Papa perfino. 

Un fiume di dollari che non è riuscito a coprire la lunga scia di sangue che arriva dal Darfur. Una regione desertica grande come la Francia, dove in sei anni di conflitto tra i gruppi di ribelli autonomisti e l’esercito sudanese con le milizie islamiche Janjawid, sono state uccise almeno 400mila persone e creati due milioni e passa di profughi. Nell’indifferenza totale dell’Occidente. 

Il Governo di Karthoum per ritorsione contro il Cpi accusato di neo-colonialismo ha espulso 13 organizzazioni umanitarie che danno assistenza ai profughi. Alla povera gente. Da Ginevra, la Commissione per i diritti umani delle Nazioni Unite annuncia l’apertura di un’inchiesta. Il balletto dei leader scandalizzati continua. Una delle poche voci africane, limpida e autorevole, che si leva contro il coro stonato dei pro-Bashir è quella del Nobel per la Pace Desmond Tutu: «Macché persecuzione all’Africa, macché neo-colonialismo. Il Cpi cerca di tutelare le vittime e non i carnefici. E le vittime in questa guerra sono africane». 

Paolo, 35 anni, è un cooperante italiano appena tornato dal Darfur. Da dieci giorni, dopo una missione durata un anno e mezzo. Il suo vero nome non è questo, ma ha chiesto di restare anonimo per non danneggiare le attività degli altri operatori umanitari rimasti in Sudan. La sua testimonianza racconta un’altra realtà. Quella delle vittime, appunto, e dei bombardamenti. 

Come è la situazione sul campo in Darfur? 
La guerra non è mai terminata. I primi accordi di pace siglati dal Governo sudanese e ribelli nel 2006 dovevano portare alla fine del conflitto. L’accordo prevedeva il disarmo delle milizie Janjawid, lo smantellamento delle forze ribelli e la loro incorporazione nelle forze regolari. In realtà non hanno portato a niente. Perché li ha siglati una sola fazione di ribelli, il Sudan liberation army (Sla). Gli altri gruppi di ribelli non hanno mai deposto le armi. 

Quanti sono i gruppi di ribelli autonomisti? 
Nessuno lo sa con esattezza. Ne nascono in continuazione. I principali sono lo Sla e il Jem, il Justice and equity movement che è quello che ha fatto l’attacco a Karthoum. Piccolo numericamente, ma quello più armato. I gruppi proliferano perché il Governo non ha rispettato minimamente gli accordi.

I primi accordi di pace del 2006? 
Quelli lì. Il Governo in quell’occasione si era impegnato a favorire lo sviluppo del Darfur. 
Fashir, la città più importante del Nord Darfur, non ha ancora una linea elettrica, l’unica energia che arriva è quella dei generatori.

Cosa comporta questo? 
Che i ribelli si scatenano e quindi, di conseguenza, arriva la repressione delle milizie governative sempre più violenta.

I ribelli cosa vogliono? 
Uno dei punti dell’accordo era che il Governo si impegnava a integrare i ribelli nell’esercito regolare. Loro vogliono essere integrati sì, ma tutti con gli alti gradi. Vorrebbero essere tutti generali o colonnelli. Una pretesa che non facilita il processo di normalizzazione.

Solo questo? 
Questo è uno dei tanti punti critici. Da quello che io ho visto, uno degli aspetti che genera il conflitto, più che l’autonomia, è lo sviluppo dell’area. Il Darfur è tradizionalmente una rotta importante per i commerci con la Libia, per il bestiame e per altri beni. Il governo sudanese ha costruito una strada da tutta altra parte tagliando fuori, di fatto, il Darfur dall’economia nazionale, e impoverendo ancora di più quest’area. Il contrario di ciò che aveva promesso. E pensate che per fare questa famosa strada di collegamento tra Karthoum e Fashir, prima dello scoppio della guerra, la popolazione del Darfur si era autotassata per finanziarla. Aveva accettato di pagare lo zucchero a prezzo pieno e non a prezzo calmierato per finanziare i lavori della strada.


Nell’ultimo anno cosa è successo? 


La situazione è peggiorata. La crisi umanitaria è peggiorata. Gli arrivi ai campi profughi sono quotidiani e continui, se ne stanno allestendo di nuovi. Sotto il fuoco degli scontri nel 2008 sono morti 11 operatori umanitari, sono stati uccisi altrettanti caschi blu della missione Onu. Migliaia di civili. Non si sa chi sono i responsabili di queste morti. Spesso sono le milizie islamiche, quelli in Darfur che chiamano i cani sciolti, i Janjawid che fiancheggiano il Governo e altre volte sono i ribelli. I Janjawid sono integrati nell’esercito sudanese e quindi continuano le loro scorrerie. È un casino. È una guerra di tutti contro tuttti. E nessuno mai dice: siamo stati noi o no, non siamo stati noi…

Nel febbraio scorso è stato firmato un nuovo accordo di pace a Dubai 
Una fazione ribelle non ha accettato.

I bombardamenti continuano? 
I bombardamenti continuano. E quelli sono dell’aviazione sudanese. Non si sono mai fermati. Hanno gli Antonov russi e i caccia bombardieri. 

La pace è una parola ancora senza significato, mi sembra di capire… 
La cosa più assurda di questa guerra è che prima degli accordi di pace o degli incontri negoziali gli scontri aumentano. Così le fazioni in gioco riescono ad arrivare al tavolo delle trattative con più potere contrattuale. È assurdo, ma è così.

Il coro di reazioni a difesa del presidente Bashir fa impressione… 
… Ci sono tanti interessi economici in gioco.

Che idea che ti sei fatto delle responsabilità del governo sudanese? 
I fatti parlano. Sono loro che fanno i bombardamenti. Gli aerei ce l’hanno solo loro.

I bombardamenti li fanno sui gruppi di ribelli? 
Li fanno sui villaggi africani. E nei villaggi ci sono i civili, ci sono le mogli, i bambini. Ci sono magari anche i ribelli. Ma le bombe non fanno distinzioni.

Perché continuano a bombardare? 
Non lo so. Quello che tutti si chiedono è: ma chi glielo fa fare. Buttano bombe sulle capanne di fango, ma chi glielo fa fare? Il costo per muovere un aereo e per acquistare una bomba è molto superiore di quello che si va a distruggere.

Con quale frequenza avvengono gli scontri? 
Quasi quotidiana. In un anno e mezzo in Darfur mi sono abituato ai rumori degli aerei da guerra e alla sventagliate di mitra. Tutti kalasnikov russi. Da una parte e dall’altra.

La situazione per gli operatori umanitari rischia di peggiorare ulteriormente dopo l’ordine di arresto di Bashir e l’annuncio dell’espulsione delle prime 13 ong? 
Speriamo di no. Noi lavoriamo con le tutte le fazioni perché il nostro obiettivo è la popolazione civile. Oggi la situazione era molto tranquilla in Darfur. Certo si è in stato di allerta con massima cautela a tutti i movimenti. E non muoversi per gli operatori significa che non possono fare gli interventi. Le ong lavorano per la gente. E se vanno via loro nessuno più assiste la popolazione.

  • Riccardo Barlaam |

    E’ vero Stefano che non si può equiparare lo strapotere cinese in Sudan con quello dei Paesi occidentali. E’ anche vero però che le sole armi a disposizione delle fazioni in lotta in Darfur vengono dalla Russia e così gli aerei a disposizione del Governo. E’ vero anche che la citata cooperativa di Ravenna non si è fatta nessun problema etico quando ha accettato di costruire con un subappalto libico l’albergo a 5 stelle di Karthoum, orgoglio della modernità di Bashir e dei suoi sforzi di mordernizzaizone del paese. La Cina ha la fetta più grande della torta. Ma anche gli italiani non l’hanno disdegnata.I soldi, dicevano i latini, non hanno odore.

  • stefano |

    volevo scrivere, NON si può equiparare l’operato.. nel senso che la Cina ha una posizione talmente dominante in Sudan da aver quasi il monopolio nel settore estrattivo, vanta rapporti politici di prim’ordine con al Bashir (tanto da finanziargli un bel palazzo presidenziale nuovo) ed eroga aiuti economici enormi a “fondo perso” in continuazione.

  • stefano |

    E’ vero che gli interessi economico-petroliferi nella regione sono il fattore decisivo che impedisce qualsiasi soluzione al conflitto, ma si può certo equiparare l’operato dell’occidente a quello di Cina (innanzitutto) e Russia. D’altra parte la mossa della Corte Penale Internazionale non risolve alcunchè, anzi rischia di fornire un pretesto ad al-Bashir per inasprire la repressione contro i “sionisti neo-colonialisti” e i loro fiancheggiatori.

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