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Angola, Avsi sostiene scuola con 450 bambini

I semi del futuro, in Angola, sono 450 bambini del “barrio” della città di Huambo, nel cuore occidentale del Paese, sostenuti a distanza da famiglie italiane che con Avsi, da tanti anni, hanno deciso di far crescere e aiutare il Centro educativo “Semente do Futuro”.

Con il sostegno a distanza, ogni giorno, tutti questi bambini e ragazzi possono studiare al Centro, seguiti da adulti; ci sono maestri che danno lezioni, educatori che li seguono nelle attività di dopo scuola; possono mangiare, che non è così scontato da queste parti: c’è infatti una mensa che garantisce una corretta alimentazione; ci sono medicine per le cure delle frequenti malattie e vaccinazioni. Chi non ha neppure vestiti, qui li può trovare. Guardando il contesto, sembra un paradiso, eppure è la realtà, nella quale questi bambini crescono ogni giorno con dignità, nonostante la grande povertà che li circonda. Tutto ha avuto inizio nei difficili anni della guerra civile dall’operosità e carità della Comunità Trappista di suore italiane e angolane di Huambo: era il 1980 e loro cercavano di offrire aiuto, conforto, vie di recupero sociale e personale a tutti quelli che bussavano alla porta del convento. Ora il Centro è gestito dall’omonima associazione locale “A Semente do Futuro” sotto la guida di padre Lukamba, sacerdote angolano, e il sostegno a distanza di AVSI permette la frequenza gratuita ai bambini. Da fine ottobre 2003 le monache si sono trasferite in una zona più calma, isolata, dove in condizioni di maggior silenzio e ritiro, producono medicinali e coltivano i campi. La vita in Angola è di una difficoltà inimmaginabile: le comunicazioni sono difficili, il commercio, la produzione, le infrastrutture stanno riprendendo lentamente dopo decenni di feroce instabilità. La libertà non è ancora una esperienza per il popolo. Le città portoghesi, costruite e concepite splendidamente, appaiono oggi quasi in decomposizione. In questo panorama così scoraggiante, la presenza dei missionari ha mantenuto vivo l’esempio di una povertà decorosa e serena. “In principio, più che una scelta, la nostra, è stata una necessità: i poveri chiedevano, come potevamo respingerli? – si domandavano le suore, che hanno iniziato così a condividere il loro pane con i rifugiati, soprattutto i bimbi. Successivamente, con la collaborazione del PAM (programma alimentare mondiale) sono nate delle mense: all'inizio si trattava semplicemente di un pentolone di polenta distribuito nel cortile e ciascuno doveva portare il suo barattolo in cui riceverne un mestolo. Nei primi anni era molto informale poi, crescendo i bisogni, le suore si sono organizzate con un refettorio per accogliere anziani, giovani mutilati o ammalati e soprattutto e sempre bambini. Finita la guerra, il PAM – come altre organizzazioni – si ritira e così interviene AVSI “con il contributo del sostegno a distanza – afferma Dania Tondini, responsabile del progetto – i bambini ricevono la merenda, materiale scolastico, il corredo richiesto dalla scuola, medicinali e frequentano molte attività, come corsi sull’igiene personale, ma imparano anche a leggere e a fare di conto. Caratteristica fondamentale del nostro progetto, qui in Angola, come nel resto del mondo, è che tutti questi bambini possono contare sulla presenza di educatori, persone adulte, che hanno a cuore il loro destino. Con loro studiano, crescono insieme, vengono introdotti nella realtà”. Il Centro fa quello che può, e forse molto di più dell’immaginabile: per i bambini e per molte delle loro famiglie è diventato un punto di riferimento importante. Nel periodo in cui le scuole sono chiuse e i bimbi più abbandonati a loro stessi e alla precarietà che domina gli adulti, vengono assunti nuovi insegnanti proprio per accudirli, per proseguire i corsi di alfabetizzazione e per farli sentire protetti e accompagnati. Per Natale i ragazzini ricevono dei panieri di festa (pane, riso, olio, fagioli, sale, spaghetti, perfino qualche biscotto e vestiti). L’aiuto delle famiglie italiane che hanno sottoscritto il sostegno a distanza con AVSI è preziosissimo. Un’amicizia senza confini, dell’altro mondo. Sottoscrivi un sostegno a distanza. Aiuta AVSI a far diventare eccezionale il quotidiano! sostegno.distanza@avsi.org – tel. 0547.36.08.11 – www.avsi.org IL CONTESTO – La città di Huambo è la seconda città dell’Angola, situata all’interno del paese, su un altipiano, a 800 km dalla capitale Luanda e a 350 km da Benguela. Huambo ha una popolazione di circa 1.000.000 abitanti ed è fondata su un’economia agricola. Fiorente ai tempi dei Portoghesi, la sua ricchezza è andata sempre diminuendo a causa delle guerre. Durante la guerra civile, la città di Huambo ha sofferto per i bombardamenti e gli attacchi fino al 1996, quando è stata completamente rasa al suolo, la popolazione decimata, tanti sono morti e altri sono fuggiti per inurbarsi nell'inferno di sporcizia e desolazione dei campi profughi di Luanda. Poiché Huambo aveva appoggiato il leader dell'opposizione Savimbi, oggi viene "punita" con ritardi nel ripristino delle comunicazioni, dei rifornimenti, dell'appoggio alla ricostruzione delle infrastrutture, nonostante vi siano segni di rinascita manifestatisi con la ripresa dell’edilizia e con la riapertura dei negozi all’interno della città. Ma la parte più povera della popolazione non può permettersi di acquistare i beni di importazione, gli unici disponibili nei negozi; il tasso di disoccupazione è alto; l’industria è ancora quasi completamente assente (l’unica fabbrica funzionante è quella della Coca-Cola) e molte persone, pur lavorando, non riescono a sopravvivere da sole, per il continuo aumento del costo della vita, in contrasto con l’immobilità dei salari, peraltro molto bassi. Il lavoro è il problema maggiore: non esistendo industrie, i più fortunati sono occupati negli impieghi pubblici (ma il Governo paga saltuariamente e un insegnante percepisce poco più di 100 dollari, mentre il costo della vita è molto, troppo alto). Gli altri si arrangiano facendo "praça", cioè recandosi al mercato, o lungo le strade, a vendere cosette recuperate, scambiate, ottenute dalla coltivazione dell’orto di casa o dal saccheggio delle abitazioni incustodite. Al mercato, tutto è disposto per terra, in mucchietti ordinati: chiodi, frutta, pomodori, pesce secco, talvolta difficilmente riconoscibili sotto il nugolo di mosche che li avvolge. I più intraprendenti si recano nelle città del litorale, dove giungono su navi e container dall’estero tutte le merci, a comprare beni da rivendere a Huambo: ora, finita la guerra, ci si può spostare su sgangherati, stracolmi, indisciplinati, taxi collettivi. Le famiglie più povere vendono il carbone come combustibile per i piccoli bracieri su cui cucinano di tutto e ovunque. Vanno a tagliare la legna (l’Angola era il paese più ricco di alberi preziosi di tutta l'Africa, mentre ormai non ci sono quasi più) – una volta diventata carbone, le donne si caricano sulla testa enormi ceste che sembrano quasi argentate e vanno al mercato a venderlo. Il cibo comune è la fuba, fatto di miglio o granturco macinato a mano, e cucinato nell'unica pentola che le famiglie possiedono; i bambini lo mangiano con le dita, perché non hanno le posate, spesso usando come piatto una latta vuota di conserva recuperata dai mucchi di spazzatura che ingombrano le strade. Altra grande piaga è l'alcoolismo, maggiormente diffuso dove la miseria è più grande: si fabbrica un beverone ottenuto dalla fermentazione della canna da zucchero, della manioca, del grano, che – unito alla denutrizione – fa perdere rapidamente la testa e il senso di responsabilità.