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Darfur, colloqui tra ribelli e governo sudanese. Davanti a inviato Usa

Il più attivo dei gruppi di ribelli del Darfur, Movimento per la giustizia e l'uguaglianza (Jem), ha ripreso oggi a Doha i colloqui con il governo sudanese, precisando di voler discutere solo di questioni umanitarie e della liberazione dei prigionieri. I colloqui si svolgono alla presenza dell'inviato speciale Usa per il Sudan, Scott Gration, e di intermediari dell'Onu e del Qatar.



"Abbiamo incontrato l'inviato americano, che ha cercato di includere la tregua nell'ordine del giorno della discussione, ma ha fallito – ha detto alla France presse un leader del Jem, Tahir el-Feki – allora abbiamo deciso di inviare a Doha una delegazione per discutere delle questioni in sospeso, risolverle e dare così il via al processo di pace. Non ci sarà quindi alcuna discussione sulla tregua, quanto piuttosto sulle questioni in sospeso: la situazione umanitaria in Darfur e la liberazione dei prigionieri".
A Doha, il rappresentante del Jem, Ahmed Hussein Adem, ha dichiarato alla stampa che "la situazione umanitaria in Darfur è diventata troppo difficile e occorre che tornino le ong". Il 20 marzo scorso, il Jem aveva deciso di non prendere parte a nuovi colloqui di pace a Doha, accusando Khartoum di aver violato accordi già siglati con la sua decisione di espellere 13 organizzazioni umanitarie internazionale dal Darfur. Le autorità sudanesi hanno accusato le ong di aver collaborato con la Corte penale internazionale dell'Aia (Cpi), che il 4 marzo scorso ha spiccato un mandato di arresto contro il Presidente sudanese Omer Hassan al Bashir per crimini di guerra e contro l'umanità commessi nella regione. I ribelli avevano posto come condizione per la ripresa del negoziato il rientro nel Paese delle ong.
Khartoum e il Jem hanno firmato il 17 febbraio scorso a Doha una 'dichiarazione di intenti', un'intesa preliminare a un accordo-quadro per una conferenza di pace sul Darfur. La guerra civile in corso nella regione occidentale del Sudan dal 2003 ha causato finora 300.000 morti e 2,7 milioni di profughi e sfollati.