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Crisi: in Africa 27 milioni di nuovi poveri

La crisi economica mondiale, che sta colpendo duramente l'Africa, rappresenta una "questione di vita o di morte" per il continente più povero del mondo. E' quanto ha dichiarato oggi a Dakar il Presidente della Commissione dell'Unione africana (Ua), Jean Ping, intervenendo all'apertura della 44esima assemblea annuale della Banca africana di sviluppo. "Se nei paesi sviluppati, la crisi si traduce nella perdita di posti di lavoro, nei nostri diventa una questione di vita o di morte, con il rischio di moltiplicare i conflitti e le crisi che minacciano la pace mondiale", ha detto Ping. Il responsabile dell'Ua ed ex ministro degli Esteri del Gabon non ha fornito cifre, ma secondo la Bad, che ha citato uno studio dell'Unesco, gli effetti della crisi causeranno "27 milioni di nuovi poveri nel 2009" nel continente africano.

"I rischi della crisi si risentono in maniera pesante anche sui passi avanti registrati di recente nello sviluppo democratico", ha aggiunto Ping. La crisi "minaccia lo Stato di diritto, i diritti dell'uomo, minaccia i valori condivisi che proviamo a promuovere sul continente. Questo riguarda tutti", ha sottolineato.
Ping ha anche parlato del fenomeno della "pirateria marittima", in particolare quella di "un paese come la Somalia, che è stato dimenticato, trascurato, abbandonato da 18 anni". "La pirateria marittima minaccia l'economia mondiale", ha detto. Quindi ha spostato l'attenzione sul "fenomeno della droga che minaccia sempre più pericolosamente la pace, in particolare in questa zona dell'Africa", facendo riferimento al traffico della cocaina proveniente dall'America Latina, che transita nell'Africa occidentale prima di raggiungere i mercati europei.

  • francesco zaffuto |

    Il punto sulla crisi
    I dati della caduta del Pil nei vari paesi d’Europa sono oggi (16/05/09) riportati dagli organi di stampa.
    La caduta del Pil in Italia segna un – 5,9% su base annua e la Germania non è da meno.
    http://www.ilsole24ore.com/art/SoleOnLine4/Economia%20e%20Lavoro/2009/05/Pil-Italia-Eurozona-Germania.shtml?uuid=0ebd0a96-417c-11de-bcb6-e2592521560f&DocRulesView=Libero
    In Europa i paesi dell’est, nuovi arrivati nella comunità europea, hanno dati ancora più sconfortanti.
    http://www.wallstreetitalia.com/articolo.asp?art_id=729723
    In Africa la crisi sta determinando 27 milioni di nuovi poveri.
    http://africa.blog.ilsole24ore.com/2009/05/crisi-in-africa-27-milioni-di-nuovi-poveri.html
    Di fronte a questi dati abbiamo:
    chi prevede l’uscita dalla crisi solo dal 2010 (governatore della Banca Europea….e altri)
    chi ha già visto qualche dato positivo di uscita dalla crisi sulla base dei dati delle autostrade e delle poste (Tremonti ….e forse pochi altri)
    chi considera la crisi come un fatto soprattutto psicologico (Berlusconi….e forse qualche altro…).
    Che il capitalismo Americano ed Europeo possa uscire dalla crisi dal 2010 (come sostiene il governatore della Banca Europea) è un’ipotesi realizzabile; ma di quanti disastri è lastricata la strada di questa crisi bisogna prenderne atto. Se non si prenderà atto di questi disastri l’uscita dalla crisi servirà solo a riproporre il precedente modello di cattiva salute, con possibili ricadute in futuro ancora più gravi.
    Questa crisi mondiale ha caratteristiche particolari:
    – una grande massa di capitale finanziario non investito nella produzione che ha scelto la strada della pura speculazione finanziaria ;
    – un eccesso di produzione di beni non assorbibili dalla domanda (chi ha mezzi è già saturo di beni e comincia a stancarsi di essere un consumatore);
    – una domanda di beni drogata dai prestiti al consumo (chi non ha mezzi chiede beni che non può pagare ed è disposto a impegnarsi con mutui di lungo periodo per il bene casa);
    – aumento di rapporti di lavoro non stabili (che frenano la domanda di più famiglie);
    – una carente mutualità degli Stati (che porta a incertezze su pensioni, salute, scuola, destinando a risparmio forzato buona parte dei redditi);
    – una povertà diffusa a livello planetario con flussi migratori di vasta portata.
    Questa crisi accade anche in un periodo storico particolare:
    – avviene dopo la crisi delle economie chiamate comuniste (URSS che crolla alla fine degli anni ottanta e Cina che sceglie la strada di uno sviluppo capitalistico autoritario);
    – avviene dopo venti e più anni di liberismo reganiano che ha imperato in America e che stava travolgendo anche tutta l’Europa (se l’Europa ha oggi una crisi meno grave di quella americana lo deve all’avere ancora conservato alcuni istituti di mutualità di Stato);
    – avviene in un contesto di crisi culturale dell’occidente e di una espansione di idee fondamentaliste;
    – avviene in un contesto di guerre diffuse nel pianeta e di corsa verso gli armamenti di nuovi stati;
    – avviene in un contesto di perdita di credibilità di un istituto importante come l’ONU, messo in crisi spesso da decisioni autonome dei paesi più importanti.
    Per le motivazioni che si è tentato di elencare si può arrivare alla conclusione che la crisi assume particolari caratteristiche di gravità. Se si ha consapevolezza di tale gravità si possono trovare una serie di rimedi, altrimenti ci sarà solo una illusione di guarigione.
    Proviamo a fare un elenco di possibili rimedi.
    La precedente crisi del sistema sovietico e l’attuale crisi del liberismo reganiano ci possono portare alla considerazione che: il potere statale non può soffocare l’economia con i suoi interventi e nel contempo deve intervenire nell’economia per riequilibrare le distorsioni e per creare la necessaria mutualità che stabilizza la domanda.
    Alla grande massa di capitale finanziario non investito vanno tranciati i paradisi fiscali e le possibilità di pura speculazione finanziaria; in modo che il capitale finanziario possa essere indirizzato o a investimenti produttivi o a prestiti agli stessi stati ad interessi quasi zero. Oltre ai paradisi fiscali vanno combattute tutte le forme di investimento illegali, il traffico internazionale di droga e tutte le forme di lavoro in nero.
    Gli stati debbono indirizzare la produzione verso nuove tipologie di beni non inquinanti, a basso impatto ambientale e interamente riciclabili nella produzione di nuovi beni. Solo così si potrà evitare che l’espansione della nuova produzione mondiale, che si metterà in moto con l’uscita dalla crisi, non venga a creare una crisi del pianeta sul piano delle energie e delle possibilità di vita.
    La domanda dei beni deve essere sostenuta da salari reali e il ricorso al prestito per il consumo deve essere ridotto al massimo; le politiche degli stati debbono tenere presente che il fattore casa incide sulle famiglie e sul territorio e di conseguenza e rilevante per lo stesso assetto dello Stato.
    I rapporti di lavoro debbono essere prevalentemente stabili, e tutte le necessarie forme di flessibilità nel lavoro debbono essere assistite da un welfare sufficiente per la sopravvivenza nei periodi di disoccupazione.
    La mutualità degli stati in materia di pensioni, salute, scuola, creano sicurezza e stabilizzazione nella domanda interna dei beni; di conseguenza gli stati debbono considerare l’intervento in tali settori come aspetto essenziale dell’organizzazione della società.
    La povertà diffusa a livello planetario crea malessere nei poveri dei paesi sottosviluppati e crea malessere anche nei paesi ad economia avanzata; i flussi migratori rischiano di essere superiori alle capacità di accoglienza. Dallo sviluppo dei paesi poveri si può avere un beneficio economico collettivo di tutto il pianeta. L’Europa deve avere a cuore lo sviluppo dell’Africa. Di questo sviluppo ne possono godere i poveri dell’Africa e l’Europa stessa; sviluppo e non carità, di conseguenza formazione tecnica e capacità autonoma di produzione.
    Va ridata credibilità all’ONU e i paesi più importanti debbono impegnarsi in questa direzione. Non sono i G8 e i G20 il futuro del mondo, ma l’intera comunità degli Stati dal più povero al più ricco. Gli investimenti nel settore degli armamenti debbono diventare investimenti in tutela delle acque e in alimenti.
    E allora non uscita provvisoria dalla crisi; ma un’uscita reale dalla crisi epocale dell’uomo che ci ha dilaniato in guerre e ingiustizie; uscire dalla crisi diventando migliori di quello che siamo.
    francesco zaffuto

  • martino ghilotti |

    In effetti sentivamo la mancanza di un giudizio dell’Unesco??? sulla crisi.Certi interventi di questi carrozzoni internazionali sembrano mirare al solo scopo di giustificare l’esistenza di queste dispendiosissime e inefficienti burocrazie.

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