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Somalia: non far morire la speranza

La Somalia è il posto più pericoloso al mondo. Un buco nero. E nessuno della comunità internazionale ha il coraggio di metterci seriamente il dito. Solo negli ultimi due anni sono state uccise 19mila persone, con 1,5 milioni di profughi. Ieri l’ultimo atto di una carneficina che va avanti dal 1991, anno della caduta del dittatore Siad Barre: un kamikaze si è fatto esplodere nella hall dell’Hotel Shamo, a Mogadiscio. Stavano festeggiando i primi ragazzi laureati in Medicina nell’università laica di Banadir. Il bilancio ufficiale parla di 22 morti. Qualche agenzia di stampa si spinge a 52. Sono morti tre ministri e forse anche la speranza.


Il ministro dell’Università Ibrahim Addo, quello dell’Istruzione Ahmad Abdullah e quella della Sanità, Qanar Aden Ali, con la sua piccola figlia. Tra le vittime anche tre giornalisti. Sotto accusa – anche se il loro portavoce stamane nega ogni responsabilità – gli shebab, gruppi di islamici radicali legati ad al-Qaeda che vogliono un paese governato dalla sharia come i talebani afghani e combattono contro il Governo di transizione guidato dall’islamico moderato Sheikh Ahmed. Un governo debole e decimato. Gli Shebab controllano quasi tutta la capitale e il Sud del Paese. Tra loro ci sarebbero anche un migliaio di miliziani islamici radicali stranieri: pakistani, ceceni, afghani, iracheni che hanno trovato rifugio e impunità nel paese. Giorgio Bertin, vescovo di Gibuti e Amministratore apostolico di Mogadiscio, ieri subito dopo l’attentato ha detto all’Agenzia Fides, che la comunità internazionale deve passare dalle dichiarazioni di principio ai fatti: “Occorre uno sforzo coordinato, da parte di Onu, Unione africana, Lega araba, Lega Islamica e Igad (International authority on development) perché la presenza dell’islamismo radicale si sta insinuando nella regione”.  Proprio così: dalle parole ai fatti. Occorre uno sforzo internazionale maggiore, che non pensi solo alla pirateria, ma guardi anche a ciò che sta succedendo all’interno di un paese che implode. Uno sforzo coordinato per interrompere almeno il flusso di armi, di finanziamenti e uomini che penetrano dalle frontiere colabrodo del paese. “Gli shabab – dice il vescovo Bertin – hanno conquistato con la forza il territorio. Ma a mio avviso non hanno conquistato il cuore e la mente dei somali”. C’è da augurarsi che abbia ragione e che i leader politici facciano davvero qualcosa per non far morire del tutto la speranza.