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20 anni fa Mandela esce dal carcere

Vent'anni fa Nelson Mandela usciva dal carcere, dopo piu' di 27 anni di reclusione. Vi ripropongo questa storia che ho scritto sul Sole 24 Ore qualche mese fa che ricostruisce l'ultimo giorno di Mandela in prigione, visto dagli occhi del suo secondino. Buona lettura. (rb)

Sveglia alle 4.30 del mattino, come sempre. E poi ginnastica nel cortile del carcere:
corsa da fermo, piegamenti, addominali. Oggi dopo più di 27 anni Nelson Mandela
esce dal carcere. Sembra un giorno come gli altri. O almeno, lui tenta di farlo
apparire un giorno come gli altri. Io lo conosco. Sotto i suoi occhi liquidi oltre
la gioia intravedo il timore. Stanotte non ho chiuso occhio. Continuavo a
girarmi e rigirarmi nel letto. Non per il caldo che in

Madiba
Sudafrica non dà tregua
neanche a fine estate, ma per quello che succederà tra poco. Ah dimenticavo: in
questo sogno mi chiamo Swart, Bob Swart, e faccio il secondino. Per Mandela, che
mi dà sempre del lei, sono l’agente Swart. Sono già al lavoro in cucina, più agitato di lui. Devo preparare il rinfresco: per la sua ultima mattina da detenuto arriverà tanta gente nel villino del carcere di Victor Verster, tra i vigneti e le colline verdi a Nord di Città del Capo. Prima di qui ho lavorato a Robben Island, il carcere di massima sicurezza sull’isola davanti al Capo. Il più rigido di tutto il Sudafrica dove la divisione razziale è assoluta. Solo detenuti neri e secondini bianchi. Servi e padroni…

Da due anni, da quando Mandela è arrivato qui dopo la sua operazione alla prostata,
me lo hanno affidato in custodia. Temevano avesse il cancro: “Se mai dovesse
morire dentro tutto il paese sprofonderebbe in un’anarchia totale”, diceva il generale
Munro, direttore del carcere. E da allora più che un agente penitenziario sono,
per così dire, il suo maggiordomo. Anche se formalmente Mandela è ancora in
carcere, dalla umida cella F3 è passato a questo villino con piscina circondato
da mura e alberi alti. Le sue giornate scorrono nel silenzio, tra la cura dell’orto
e la scrittura. Io ho lasciato da parte il manganello, i mazzi delle chiavi e
ho imparato a cucinare. Lo accudisco, gli preparo da mangiare. Sono il suo “angelo
custode bianco”, dice lui scherzando quando qualcuno lo prende in giro per la
mia cucina. Decisamente diversa dalla minestra di granoturco bollito e dalla
polenta che per 20 anni, mattina e sera, ha mangiato a Robben Island.

Io
sono bianco, sono afrikaner. Con il tempo ho capito che l’Apartheid è una
stronzata. Adesso finalmente lo hanno compreso anche i leader di questo paese.
La storia inizia – o meglio peggiora definitivamente – nel 1948 quando il
National party di Daniel Malan vince le elezioni. Al centro del suo programma
c’è una parola: Apartheid, separazione. Il governo per legge divide i cittadini
in base alla loro razza. Si creano aree urbane, quartieri separati per ogni
gruppo razziale. Qui i bianchi, lì i neri. Di qua gli indiani, di là i meticci.
Il primo ministro bianco uscente Jan Smuts, leader dell’United party, intuisce
subito i pericoli di questa politica: “l’Apartheid è una concezione folle nata
dalla paura e dal pregiudizio”. Tuttavia al potere ci sono loro. E la teoria
diventa drammaticamente prassi. Il Sudafrica si trasforma in una gigantesca
prigione.

L’African
national congress, formazione politica storica del popolo nero sudafricano, in
quegli anni aumenta gli iscritti e organizza azioni non violente di
disobbedienza civile collettiva, scioperi, boicottaggi. “Era un crimine passare
per una porta riservata ai bianchi. Un crimine viaggiare su un autobus
riservato ai bianchi. Un crimine essere in strada dopo le undici. Un crimine
non avere il lasciapassare”.

In
migliaia si presentano davanti alle prigioni o nelle stazioni di polizia senza
lasciapassare al grido di “Malan arrestaci” creando non poche difficoltà al
governo e ai militari. Mandela allora è un giovane avvocato ed è uno dei leader
dell’Anc, fondatore e presidente della Youth league. Apre uno studio legale con
Oliver Tambo, altro leader Anc, a Johannesburg. Lo studio Mandela & Tambo è
il primo studio legale sudafricano con due avvocati di colore e offre
patrocinio gratuito a tutti i neri.

Nel
1956, la polizia arresta 156 dirigenti dell’Anc con l’accusa di alto tradimento
e cospirazione. Mandela, fiero figlio dell’aristocrazia tribale, conosce per la
prima volta le carceri sudafricane che erano molto diverse da ora. Celle in
comune, senz’acqua, con un buco maleodorante nel pavimento a far da latrina. Niente
letti. Solo stuoie e coperte sporche piene di pidocchi. Vitto disgustoso,
differenziato a seconda della razza: ai bianchi davano il pane, agli indiani
qualcosa meno, ai neri solo brodaglia. E poi i lavori forzati, a spaccare
pietre tutto il giorno e d’inverno a raccogliere alghe nell’acqua fredda
dell’Oceano.

Il
21 marzo 1961 migliaia di persone circondano la stazione di polizia di
Sharpeville, township in una zona industriale degradata a una 50ina di
chilometri da Johannesburg. La gente è disarmata e pacifica. Ma sono in tanti.
Qualcuno della polizia preso dal panico dà l’ordine di sparare sulla folla. Restano
a terra 69 africani. La maggior parte colpiti alla schiena mentre cercano di
scappare. Il massacro crea un moto di protesta in tutto il paese e provoca una
crisi di governo. Due giorni dopo a Città del Capo scendono in strada 50mila
persone. Il governo proclama la legge marziale. Scoppiano disordini. La
repressione aumenta. Fu allora che l’Anc decide di abbandonare la non violenza e
passare alla lotta armata.

Qualche
mese dopo, alla fine di 4 anni di processo, i 156 imputati dell’Anc vengono
dichiarati non colpevoli. E’ una sconfitta per il Governo. Madiba (il nome di
clan di Mandela) aveva già deciso che se non fosse stato condannato sarebbe
entrato in clandestinità. E così fa. Per due anni gira il Paese in lungo e in
largo per tenere le fila del movimento. Ricercato dalla polizia viene
soprannominato Black pimpermel,

la
Primula

nera. “variante un po’ spregiativa – dice lui – della
primula rossa, il personaggio letterario che durante

la Rivoluzione

francese
sfuggiva audacemente alla cattura”. A Rivonia, sobborgo agricolo alla periferia
nord di Johannesburg, vive in una fattoria abbandonata che diventa il centro operativo
del Mk (o Umkhonto we sizwe: Lancia della nazione) l’ala armata dell’Anc.
Compie missioni all’estero per chiedere aiuto, finanziamenti e ricevere
addestramento militare. Al suo rientro nel 1964 viene arrestato e subito
condannato a tre anni di reclusione per incitamento allo sciopero e per avere
lasciato il paese senza permesso. In un secondo momento, dopo la scoperta del
centro di Rovinia,  viene condannato al
carcere a vita con tutta la dirigenza dell’Anc.

Da
allora sono passati 27 anni. Mandela, combattente per la libertà, è diventato un
simbolo in tutto il mondo, come scrive Nadine Gordimer: “Orgoglioso prigioniero
che infonde coraggio tra le mura del penitenziario di Robben Island e al di là
di esse”. Poi a un certo punto, in un giorno d’autunno dell’89, cade il muro di
Berlino. L’Urss si scioglie come neve al sole. I Paesi satelliti uno dietro
l’altro scoprono la democrazia. Anche in Sudafrica il vento cambia direzione.
Cominciano i primi negoziati tra Mandela e il governo. Prima con il ministro
della Giustizia Kobie Coetze nel 1985 – anno del Nobel per la pace a Desmond
Tutu. Poi con il presidente P.W. Botha nel ’89 e infine con Frederik De Klerk,
il presidente riformista. La figura di Mandela è ormai troppo ingombrante,
ancora di più dopo la sua malattia. Non può più restare in carcere. Ma lui mi ripete
sempre che non accetta di barattare la sua libertà con la libertà del popolo
africano. Sino a una settimana fa, al 2 febbraio ’90, quando finalmente De
Klerk annuncia in televisione che l’Anc e altre 30 organizzazioni politiche non
sono più fuorilegge. Il momento del dialogo è della rinconciliazione è
arrivato.

Il
nastro di questo film si ferma qui. L’uscita dal carcere di Mandela, numero di
matricola 466/64, è fissata alle 15.30 di oggi. La casa è piena di gente. C’è
un clima di festa. E’ arrivato il momento del congedo. Sono venuti a prenderlo la
moglie Winnie e un autista dell’Anc. Assieme a lei, il vecchio si incammina verso
l’uscita. Escono dal carcere. Due anziani sposi mano nella mano. Appena fuori,
viene sorpreso dal mondo, da centinaia di fotografi, cameramen e giornalisti e
da altre migliaia di persone riunite per dargli il benvenuto. La folla si
chiude su di lui. Con i flash che rimbalzano sugli occhi lucidi, alza il pugno
al cielo in segno di vittoria. Poi salgono in auto, devono scappare subito fino
a Città del capo dove lo aspettano per i festeggiamenti nella Grand Parade, la
piazza grande davanti al municipio. In tv fanno vedere quando arriva in città.
L’automobile viene travolta dalla folla. Restano chiusi dentro più di un’ora.
Quando finalmente Mandela riesce ad affacciarsi al balcone del municipio il
tempo si ferma. Davanti a sé ha un mare di visi, mani, occhi. Madiba alza il
pugno in cielo. La folla esplode in un’ovazione. Comincia a parlare: “Amici,
compagni e compatrioti sudafricani. Vi saluto in nome della pace, della democrazia
e della libertà per tutti (…). In tutti questi anni mi sono battuto contro il
predominio dei bianchi, così come mi sono battuto contro il predominio dei
neri. Ho perseguito l’ideale di una società libera e democratica, in cui tutti
possano vivere insieme in armonia e con pari opportunità. E’ un ideale per il
quale spero di continuare a vivere fino a conseguirlo. Ma per il quale, se
necessario, sono pronto a morire”. Free Nelson Mandela!