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Dalle (tre) elezioni in Nigeria rischio di instabilità

La Nigeria è lo stato più popolato dell'Africa con i suoi 155 milioni di abitanti. E' la terza economia del continente (primo produttore di greggio africano). Ed è una repubblica federale formata da 36 stati. In queste settimane si vota per rinnovare il parlamento, il presidente e i 36 governatori. 

Nigerian-Elections
 
Il partito di maggioranza che esprime il presidente Goodluck Jonathan (in testa nei primi exit poll delle presidenziali di ieri) potrebbe aver perso la maggioranza assoluta nel parlamento (i risultati delle legislative della scorsa settimana non sono stati ancora diffusi), a scapito di due partiti all'opposizione dati in crescita. Il 26 aprile, dopo le presidenziali di ieri, si svolgerà la terza tornata elettorale per rieleggere i capi dei 36 stati federati ed è probabile che si ridisegnino le maggioranze e le alleanza. Jonathan molto probabilmente riconfermato a capo del grande stato, uscirà  più debole da queste elezioni. E sarà costretto a scendere a patti per governare. Sarà costretto a fare davvero delle riforme, a partire dal quelle legate al settore dell'energia. A far sì che le royalties del petrolio finiscano davvero alle popolazioni e non solo ai corrotti apparati dello stato e dei governatorati locali. Perché c'è un reale rischio di instabilità crescente nel paese. Conviene a tutti la stabilità politica ( lo scorso anno le esportazioni di petrolio nigeriano, grazie al migliorato clima nella regione del Delta, sono aumentate del 46%, per un giro d'affari di 59 miliardi di dollari, secondo i dati resi noti dall'Ufficio nazionale di statistica). La stabilità interessa anche alle società petrolifere straniere: il Pil della Nigeria dipende per l'8o% dall'esportazioni petrolifere. E le major presenti sono le americane Shell, Exxon Mobil e Chevron, i francesi di Total e l'Eni che opera in joint venture con la compagnia statale Nigerian National Petroleum Corporation.

La prima tornata per le legislative
La nazione sembra avere la possibilità di superare l'esame, almeno a giudicare dalla prova delle elezioni legislative di sabato 9 aprile. Prova superata abbastanza positivamente. Innanzitutto il 9 aprile si è votato, dato non affatto scontato in Africa come dimostra la falsa partenza del 2 aprile (data fissata in origine per le legislative e cancellata dal calendario il giorno stesso). Più per disorganizzazione che per brogli (è mancato in diverse aree della Nigeria il materiale elettorale: schede, urne). Le operazioni di voto si sono poi svolte, come hanno certificato personalità indipendenti, osservatori esteri e giornalisti internazionali, in modo sostanzialmente libero, equo e trasparente. Gli episodi di violenza non sono mancati. 13o persone sono state arrestate per le violenze durante il primo turno delle elezioni per il rinnovo del parlamento. I morti per le violenze sono stati almeno 25.  Vittime che si sommano alle centinaia dei mesi precedenti. Le operazioni di voto sono state molto lente, così come lo scrutinio, ancora non perfezionato. In alcune circoscrizioni la confusione e le irregolarità sono state talmente evidenti che gli organizzatori hanno annullato di sana pianta il risultato: in un collegio avrebbe votato più del 100 per cento degli aventi diritto, in un altro il senatore eletto è stato arrestato subito dopo la nomina per 'conclamata' frode elettorale. Niente comunque rispetto ai brogli del passato, come nelle ultime elezioni generali del 2007, liquidate dagli osservatori indipendenti come «le peggiori al mondo per violenze e frodi».  Analizzando il numero dei seggi parlamentari fin qui assegnati (su un totale di 360 per l'Assemblea Nazionale e 109 al Senato) emerge un avanzamento considerevole delle opposizioni, e una riduzione per il PDP-People's Democratic Party, il partito che monopolizza la vita politica nigeriana sin da quando è in vigore la democrazia (1999). 

Le presidenziali di ieri
 Il risultato delle legislative rende più incerto il voto presidenziale. Il netto favorito è il capo dello Stato uscente, Goodluck Jonathan, grazie anche all'appoggio dell'oligarchia economica locale e alla possibilità di ricorrere alla spesa pubblica per fini elettorali. La candidatura di Jonathan, vincitore delle primarie di gennaio del PDP, è contrastata all'interno del suo stesso partito perché avrebbe interrotto la consuetudine dell'alternanza al potere, per un massimo di due mandati, tra un esponente politico del nord a maggioranza musulmano e un cristiano del sud. E lui, cattolico della Stato meridionale di Bayelsa, è subentrato da vicepresidente all'islamico Umaru Musa Yar'Adua, malato di cuore, morto a maggio 2010 a metà del suo primo mandato. I suoi più temibili antagonisti sono tre musulmani delle aree settentrionali: Nuhu Ribadu dell'Action Congress of Nigeria (ACN), Ibrahim Shekarau dell'All Nigeria Peoplès Party (ANPP) e l'ex presidente capo della giunta militare, Muhammadu Buhari, 69 anni, del Congress for Progressive Change (CPC). I tentativi di coalizzarsi potrebbero riproporsi in caso di ballottaggio, un'ipotesi remota che potrebbe verificarsi nel caso in cui Jonathan non ottenesse al primo turno la maggioranza assoluta e almeno il 25 per cento dei voti nei due terzi dei 36 Stati confederati della Nigeria. In quel caso se ne potrebbero vedere di tutti i colori, e non solo perchè i giochi potrebbero riaprirsi completamente dal punto di vista elettorale. Il timore, infatti, è che in un faccia a faccia finale la retorica senza scrupoli dell'appartenenza a etnie e religioni diverse possa prendere il sopravvento incendiando gli animi di una nazione che fatica a maturare e considerarsi tale.

Secondo i primi dati provenienti dai seggi elettorali, Jonathan, è in testa in 30 dei 36 Stati della Federazione. I risultati definitivi relativi a 30 Stati darebbero – secondo varie fonti attendibili – Jonathan vincente in 20 Stati e il suo principale avversario Muhammadu Buhari in 9. Un altro candidato, Nuhu Ribadu, avrebbe guadagnato l'ultimo Stato dove lo spoglio delle schede è finito. Secondo la Costituzione nigeriana, per vincere senza andare al ballottaggio, il candidato che ha avuto più voti deve anche ottenere almeno un quarto dei voti in 24 dei 36 Stati.

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