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I Navy Seals e l’assalto alla nave nordcoreana: il petrolio libico non si tocca

I Navy Seals, le forze speciali della Marina Usa, hanno abbordato la nave cisterna nordcoreana che trasportava greggio acquistato illegalmente dai ribelli libici. Lo ha reso noto il Pentagono. Nessuno è rimasto ferito «quando i militari americani, su richiesta di entrambi i governi libico e cipriota, hanno abbordato e preso il controllo della petroliera Morning Glory, una nave illegale che era stata catturata all’inizio del mese da tre gruppi armati libici», si legge nel comunicato del capo ufficio stampa del Pentagono, ammiraglio Joan Kirby.La Morning Glory, petroliera battente bandiera nordcoreana, era stata la prima nave ad aver comprato petrolio dal terminal dei ribelli libici della Cirenaica, nonostante l’opposizione del governo di Tripoli. I Navy Seals sono le forze speciali d’elite della Marina statunitense, autori dell’operazione militare che portò a scovare e uccidere Osama bin Laden.

La Libia è il principale fornitore di petrolio italiano. Ed è un paese sull’orlo del caos. La tanto sospirata primavera araba, non è mai arrivata dopo la fine del regime di Gheddafi, ormai più di due anni fa. Il Governo centrale è debolissimo e non ha più il controllo del territorio. Le milizie spadroneggiano e da diversi mesi controllano gran parte dei terminal petroliferi e dei giacimenti, condizionando la produzione di greggio e di gas che è al 30-40% delle possibilità. La produzione di greggio è scesa da 1,4 milioni di barili al giorno a circa 600 mila al giorno. Il blocco si traduce già in miliardi di dollari di mancati introiti per il governo libico e le compagnie petrolifere straniere.

Proprio per la mancanza di sicurezza diverse major petrolifere sono state costrette a bloccare o a limitare comunque fortemente la produzione di greggio e di gas. L’Eni è stata costretta a interrompere il gasdotto di Wafa. Nei mesi scorsi un gruppo di miliziani berberi ha occupato il terminal di Mellitha minacciando di chiudere del tutto Greenstreem, il gasdotto che porta il gas in Italia, passando da Gela.

La società americana Marathon Oil sta considerando di lasciare la Libia: vuol vendere tutte le sue partecipazioni nella società libica Waha Oil Company, che ha una produzione di 350mila barili di petrolio giornalieri: i cinesi affamati di materie prime, che non hanno significativi investimenti in Libia, sarebbero già pronti a farsi avanti. Sulla decisione annunciata di Marathon Oil di lasciare le ricche riserve petrolifere, molte ancora inesplorate, ha pesato il blocco che dura ormai da luglio di Es Sider, il principale terminal petrolifero del paese. L’uscita di scena della major Usa segue quella di ExxonMobil, che lo scorso mese ha detto che la situazione della sicurezza non giustifica una grande presenza della società in Libia. Non è tutto. La spagnola Repsol è stata costretta a fermare dopo l’occupazione dei miliziani tuareg del terminal petrolifero di Marsa Hariga. Royal Dutch Shell lo scorso anno ha abbandonato due blocchi petroliferi, dopo i risultati deludenti della produzione. I ribelli ora cercano di vendere il petrolio. Una partita troppo importante per gli americani, che nel giorno in cui la Crimea si annette alla Russia, sono intervenuti per un evento apparentemente minore, decisivo però per il controllo delle ricche riserve. La transizione libica insomma è un processo più complesso di quello che si poteva sperare all’indomani della caduta di Gheddafi, nell’ottobre di due anni fa. Un mix esplosivo. Un passo importante potrebbero essere le elezioni per la costituzione dell’Assemblea costituente che dovrebbero avvenire nel 2014. Sempreché il governo di Zeidan riesca ad arrivarci al 2014, senza una disgregazione del paese, di fatto già in corso.