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I pacchi bomba, Trump e la politica gridata

Le parole possono ferire come armi. Il presidente Trump dopo i pacchi bomba, finora sette, inviati da un ignoto attentatore ad altrettanti alti esponenti del Partito democratico e alla Cnn ieri ha condannato questi “atti deprecabili”. Cercando di abbassare per una volta i toni ha detto che “è il momento di restare uniti. La violenza politica non ha spazio negli Stati Uniti” Dopo anni di campagne politiche gridate, di attacchi verbali veementi agli avversari che hanno fatto la sua fortuna politica, nell’era dei comizi digitali via tweet. Dove conta chi grida più forte, non quello che dici.

Hillary Clinton, Obama, Soros e la stessa Cnn “sono figure prominenti nel pantheon degli attacchi politici dei conservatori”, molti dei quali guidati dallo stesso presidente Trump, come scrive il Nyt. Lo stesso Trump ha definito in passato Cnn “nemica del popolo” in contrapposizione alla sua rete preferita Fox News, più vicina alle sue posizioni.

Che cosa è accaduto ora? A un certo punto è arrivata la mina impazzita. Il pazzo bombarolo con gli ordigni “homemade” che dalle parole è passato ai fatti. E l’America è ripiombata improvvisamente nella paura, nell’incubo degli attentati e del terrorismo. Hillary Clinton, che è stata una delle destinatarie dei pacchi bomba assieme all’ex presidente Barack Obama, al suo segretario alla Giustizia afroamericano Eric Holder e ad altri alti esponenti dem, tra cui anche il governatore dello stato di Ny Andrew Cuomo, si è detta “preoccupata per la direzione che sta prendendo il paese”. Il sindaco di New York Bill de Blasio ha detto che l’”America non si farà intimidire”.

Le buste con l’ordigno sono tutte uguali: di colore giallo, formato libro, con sei francobolli sempre uguali raffiguranti, non a caso, la bandiera americana. Le bombe ai democratici rischiano di essere un clamoroso assist contro i repubblicani in vista delle prossime elezioni mid term. In un clima davvero incandescente, di paura e di preoccupazione, a pochi giorni dal voto per il rinnovo del Congresso, della Camera e di un terzo del Senato – i senatori durano in carica 6 anni –  e la nomina di 36 nuovi governatori.