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Trump, la Fed e le critiche di Draghi

Mario Draghi può togliersi qualche sassolino dalla scarpa. Non ha niente da perdere. E’ a fine mandato di una presidenza della Bce che ha avuto il merito, riconosciuto in coro, di riuscire a portare l’area euro fuori dalle paludi della crisi del debito sovrano, onda lunga della crisi subprime, con i suoi programmi di Quantitative easing. E’ in certo senso il più autorevole e ascoltato tra i governatori delle banche centrali. L’”anziano” del gruppo. Così il suo allarme lanciato sabato scorso a margine dei lavori degli Spring Meetings del Fmi e del G 20 a Washington sull’autonomia della Federal Reserve ha colpito nel segno. Domenica il presidente Donald Trump in maniera indiretta, senza citare ovviamente il governatore della Banca centrale europea, gli ha risposto e ha diffuso un tweet sul tema.

“Se la Fed avesse fatto bene il suo lavoro, come non ha fatto, la Borsa sarebbe salita da 5.000 a 10.000 punti in più, il Pil sarebbe ben oltre il 4% invece del 3%. Con quasi zero inflazione”, ha twittato il presidente americano, secondo il quale la politica monetaria della banca centrale Usa ha “ammazzato” l’economia. Mentre si sarebbe dovuto fare esattamente l’opposto” della stretta monetaria, e cioè tenere bassi i tassi.

Durante la conferenza stampa conclusiva dei lavori del G 20 dei ministri finanziari e dei governatori a Washington, Draghi ha lanciato un richiamo verso la perdita di indipendenza delle banche centrali, minacciata dai leader populisti e dai regimi autoritari come la Turchia in tutto il mondo. “Certo che sono preoccupato – ha detto Draghi – soprattutto quando si tratta del Paese più importante del mondo”.

La perdita di indipendenza può generare una perdita di credibilità. E nella Fed assediata da Trump con le continue richieste di non aumentare i tassi, le accuse al governatore Powell e nelle ultime settimane l’ipotesi di nominare nel board dei governatori della Herman Cain e Stephen Moore, due candidati fedelissimi del presidente Trump ma di non elevata competenza sulle politiche monetarie, si rischia, come ha detto Draghi, che “le persone possano pensare che le decisioni di politica monetaria seguano le indicazioni dei governi piuttosto che la valutazione oggettiva delle prospettive economiche”.

Il contrario, insomma, di quello che fa Trump ogni volta che con un tweet ordina alla Fed che cosa deve fare.

Sia Moore che è un commentatore televisivo di economia apertamente schierato che Cain che è un ex manager di fast food, già attivista dei tea party e candidato alle primarie repubblicane con una serie di scandali sessuali alle spalle, non sono il massimo come candidati per una poltrona permanente nel board della Fed. Trump li ha scelti e la loro nomina ora dovrà essere confermata dal Senato a maggioranza repubblicana. Nel board della Fed siedono sette governatori permanenti e cinque a rotazione dalle sedi regionali. Con i nuovi arrivi e gli altri innesti possibili, Powell rischia di finire davvero in minoranza. Il governatore lo sa e chiede aiuto. La sua posizione è davvero delicata. Ma Trump non molla e il suo assedio alla banca centrale americana continua.

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  • carl |

    Mah…? Anche questo ennesimo articolo che, assieme a tanti altri, da anni quotidianamente si susseguono ( lasciando tuttavia il tempo che trovano) dovrebbe cercare di essere ben più ampio & circolare.. Specie, vista e considerata l’ampiezza che ha assunto dal secondo dopoguerra il multiforme fenomeno della finanziarizzazione dell’economia propriamente tale (quella manufatturiera e dei servizi, intendo). Quanto alle Banche centrali, esse non dispongono, nè hanno sviluppato più strumenti di quelli che erano alla loro portata quando ero studente… Ricordate quelle che allora venivano enfaticamente definite operazioni di “open market”…? E, comunque, esse erano sempre perdenti di fronte alla “speculazione internazionale” su questa o quella moneta? Quanto al FMI che cosa fa, oltre a pubblicare periodici “outlooks”…Invece di svolgere il ruolo che giustamente propose J M Keynes a Bretton Woods?.. Mentre di fatto è ridotto ad essere una “sinecura” o, come si dice in francese, “une belle planque”…con ghiotti emolumenti..

  • habsb |

    Articolo un po’ parziale

    La competenza in politica monetaria dell’avvocato Jerome Powell non è certo superiore a quella dei governatori proposti dal presidente Trump. Lo ha dimostrato fra l’altro con i suoi continui tentennamenti e marce indietro che hanno riportato sui mercati finanziari una volatilità che pareva superata.

    Quello che dice Trump puo’ dispiacere, ma è vero. Il crollo borsistico di fine 2018 è stato provocato dalle azioni intempestive di Powell, mal anticipate nella comunicazione e esagerate nela velocità di riduzione del bilancio della FED, che fra l’altro continuano ancora perfidamente in sordina.

    Leggo incredulo che Trump dà ordini alla FED. Se pure fosse vero, certo la FED non li ha eseguiti, continuado ancora adesso a ritirare liquidità dal mercato

    Da quando è stato eletto, Trump è l’obiettivo di una guerra totale da parte dell’establishment del Partito Democratico, che ha speso ingenti fondi pubblici per accusarlo di assurde e inesistenti collusioni con i russi, scandali sessuali, e una campagna mediatica denigratoria senza limiti

    Falliti questi attacchi la strategia è adesso è quella di far crollare i mercati finanziari (come a dicembre) per screditare la sua presidenza, e impedire la sur reelezione. Un’azione di riduzione della liquidità da parte della FED si iscrive in questa strategia.

    La crescita e l’occupazione sono gli ultimi obiettivi dei protagonisti di questa battaglia, tanto del miliardario Trump quanto del quasi miliardario Powell (112 milioni di patrimonio personale) e dei burattinai che lo manovrano.

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