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Trade war, l’accordo secondo Trump e la strana ritrosia cinese

L’incontro alla Casa Bianca tra Donald Trump e il vice premier Liu He venerdì scorso per benedire con una stretta di mano il mini accordo raggiunto sulla trade war tra Stati Uniti e Cina era fissato alle 13.45. Trump dopo poco più di due ore sarebbe dovuto partire per uno dei suoi comizi elettorali. Per tutta la giornata la grancassa mediatica aveva spinto i mercati finanziari sull’ottimismo per la mini-intesa in vista, con i tweet di Trump che parlavano di “un grande incontro”, della “Cina che vuole un accordo”. Aumento dei dazi rimandati e aperture cinesi su proprietà intellettuale, maggiori acquisti di prodotti agricoli e liberalizzazione dei servizi finanziari. Questo quello che si sapeva. Ma dopo le 13.45 nessuno parlava dell’incontro. Con il passare dei minuti l’attesa diventava imbarazzo e preoccupazione: ma l’accordo ci sarà o non ci sarà? si chiedevano tutti. I cinesi, poco prima delle 15, avevano fatto sapere dell’esito positivo del round negoziale. Nessuna notizia invece dell’incontro tra Trump e He.  A distanza di qualche giorno emergono le indiscrezioni dalla Casa Bianca su quell’ora e mezza di vuoto pneumatico con tutti i media appesi a una conferma di un accordo che non arrivava. Trump spingeva per annunciare la pace, voleva disperatamente un comunicato stampa congiunto. Ma i cinesi hanno concluso i negoziati senza firmare nulla. In sostanza: l’accordo non c’era.

Così il presidente americano con un’ora e più di ritardo durante la conferenza stampa congiunta si è arrampicato sugli specchi ed ha preferito parlare di “fase uno”, di un accordo raggiunto, seppure al ribasso, anche se “le carte le vedremo nelle prossime settimane”, davanti a un già compassato vice premier cinese che mostrava meno entusiasmo del solito.

Sono emerse le differenze ancora aperte tra Cina e Stati Uniti. Mentre il presidente americano parlava di “grande accordo storico”. I cinesi si limitavano a definire i risultati raggiunti come “progressi”. Trump, come annunciato, non ha fatto partire l’aumento dei dazi al 30% sui 250 miliardi di dollari di prodotti cinesi il 15 ottobre. Pechino in cambio ha offerto di aumentare gli acquisti agricoli, una misura che favorisce gli agricoltori Usa nei “red states”, grandi elettori di Trump. Ma non c’è stata nessuna discussione su quando e come verranno eliminati dazi e controdazi. Il capitolo della guerra a Huawei per il dominio delle reti 5G è stato rimandato e messo, appunto, da parte rispetto alle questioni trattate nella mini-intesa, che andrà ancora sistemata e firmata. In altre parole, l’unica cosa cambiata nell’ultimo round negoziale rispetto a quello di maggio che aveva visto il fallimento dei negoziati bilaterali, è stato il desiderio di Trump di annunciare un risultato.

Nei fatti le relazioni tra Cina e Stati Uniti restano ad alta tensione. La scorsa settimana gli Usa hanno messo nella lista nera 28 entità cinesi, tra cui 8 aziende hi-tech, compreso il campione nazionale nell’intelligenza artificiale accusato di essere coinvolto nei sistemi di sorveglianza elettronica che hanno portato alla repressione e agli arresti delle minoranze etniche musulmane. Trump si è riservato la possibilità di aumentare i dazi sull’elettronica di consumo cinese, che colpiranno anche Apple e altre aziende hi-tech Usa. Non avverrà a metà dicembre come previsto. Ma è più probabile, dicono in molti, che avverrà all’inizio del 2020, dopo la stagione degli acquisti natalizi. Resta del tutto sospesa la questione legata alla tecnologia, al pacchetto di servizi (Google Map etc) venduti da Google con il sistema operativo di Android ai cinesi e vietati dall’amministrazione Usa. Lo stesso vale per la Cfo di Huawei Meng Wanzhou ancora agli arresti domiciliari in Canada, in attesa di una decisione sull’estradizione. E per la campagna americana contro gli apparati tlc per la rete 5G di Huawei  tra gli alleati, con molti indirizzi rispediti al mittente (Gb e Germania tra tutti) e le pressioni invece avanzate ai partner più ondivaghi come l’Italia, in cambio di promesse di aperture su dazi e contratti. Insomma la “fase uno” annunciata da Trump appare davvero modesta nella sostanza. Per le società occidentali è ancora complicato pensare di investire in questo quadro di incertezza o di programmare operazioni in Cina. Cina che tra qualche giorno, secondo le previsioni, si prepara ad annunciare il peggiore risultato in termini di crescita economica da trent’anni. Forse l’unico vero risultato vero, quello del rallentamento cinese, della guerra commerciale contro il resto del mondo avanzata dall’amministrazione Trump quindici mesi fa. Che invece non ha portato alcun miglioramento alle aziende americane alle prese con una frenata del manifatturiero e al surplus commerciale rimasto, in termini di valore, immutato, con i cinesi che esportano sì meno negli Usa, ma che allo stesso modo importano meno, ma molto meno, dagli Stati Uniti di Trump.